L’antica festa della Madonna di Pietraquaria si svolge ad Avezzano il 26 e 27 aprile. Il solenne pontificale sarà presieduto alle 11:30 in cattedrale dal vescovo Giovanni Massaro, a conclusione della processione che accompagna la statua della Vergine dal santuario alla cattedrale.

MEDITAZIONE
pubblicata su Avvenire il 18 aprile 2026
di don Paolo Ferrini, rettore del santuario di Pietraquaria

Torna la festa della patrona di Avezzano, la Madonna di Pietraquaria. Di nuovo gli avezzanesi si fanno pellegrini e salgono sul monte Salviano, nel santuario che sovrasta la città, per venerare la loro celeste patrona. Entrando nel santuario si è accolti dall’immagine antica, dai tratti semplici e popolari, che guarda con uno sguardo di misericordia tutti i figli che a lei affidano le gioie e i dolori, le angosce e le speranze. Non si possono non notare gli occhi pieni di compassione che caratterizzano l’icona. In quegli occhi tutti riconoscono gli occhi della madre; gli occhi di colei che guarda con amore i suoi figli. Un canto popolare recita: «Gli occhi tuoi sono più belli del mare». Quella bellezza risplende perché quegli occhi hanno contemplato il cielo e riflettono su questa terra un suo riflesso.
Quegli occhi hanno visto per primi il Verbo di Dio che si è fatto carne, hanno accarezzato il corpo del figlio di Dio; hanno contemplato per primi il Dio fatto bambino, hanno capito e compreso tutta la fragilità di quel corpicino appena nato, lo hanno curato e protetto. Maria guarda tutti i suoi figli, guarda ognuno di noi ogni volta che cerchiamo quegli occhi e posa sulle nostre preghiere, sulla nostra vita, nei nostri cuori gioiosi o affranti lo sguardo materno del cielo. Sono gli occhi che per primi si sono accorti che agli sposi di Cana mancava il vino.
Sono occhi che hanno compreso la mancanza e hanno capito che c’era bisogno di soccorrere quella povertà. Maria sa leggere nelle nostre vite, sa guardare ai nostri bisogni, alle nostre povertà; viene in aiuto alla nostra debolezza. Gli occhi di Maria sono gli stessi che hanno cercato suo figlio e che hanno saputo comprendere quando lui diceva alla folla che sua madre e i suoi fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica. Quegli occhi hanno saputo comprendere, sono scesi fino nelle profondità del cuore di quel figlio e hanno compreso che il vero centro è l’ascolto della parola, il fare la volontà del Padre, esattamente come ha fatto lei. Anche a noi Maria ripete: «Fate quello che Gesù vi dirà», ci dice che se ascoltiamo la parola di Dio possiamo trovare la via della salvezza, la lampada per i nostri passi, la luce sul nostro cammino. Anche noi possiamo essere beati se sappiamo mettere in pratica quella parola.
Gli occhi di Maria sono gli stessi che hanno visto il suo figlio morire sulla croce, con lo stesso sguardo Maria continua a guardare le madri che piangono per i loro figli, i figli che soffrono e muoiono, le vittime della guerra, della violenza, dell’odio e del rancore. Per tutti Maria ha uno sguardo di madre, uno sguardo d’amore che invita al perdono, alla pace. Ma gli occhi di Maria sono gli occhi che guardano il discepolo amato e che sanno che gliel’ha affidato Gesù come un figlio. In quel discepolo siamo tutti noi, noi che troviamo una madre amata, che ci custodisce e ci protegge. Entrando nel santuario di Pietraquaria noi cerchiamo quello sguardo, vogliamo essere guardati da lei, accolti, ascoltati, esauditi da lei; vogliamo porre il nostro sguardo nel suo per sentirci a casa. La festa del 27 aprile è il momento in cui, da secoli, tutti i suoi figli, generazioni di avezzanesi, salgono al santuario. La sera del 26 aprile, nei quartieri della città si accendono dei falò, i focaracci, e gli avezzanesi si mettono in cammino per visitarli, ma a un certo punto si scopre che quel pellegrinaggio si dirige verso il monte Salviano, perché tutti, nessuno escluso, salgono al santuario per affidarsi alla Vergine Madre di Dio e madre di ogni uomo.


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Sabato 18 aprile nella cappella del seminario di Avezzano i ragazzi della Consulta diocesana dell’ACR, gli educatori dell’equipe ACR e il referente di missionarietà hanno ricevuto dal vescovo Giovanni Massaro il mandato per la partenza, il prossimo 24 aprile, per il viaggio nella missione diocesana di Blinisht, in Albania.
Il vescovo, nella sua riflessione, ha voluto accompagnare con parole profonde i ragazzi, gli educatori e i genitori riuniti per la celebrazione missionaria.

LE PAROLE DEL VESCOVO

Richiamando le letture proclamate, il presule ha evidenziato la chiamata del profeta Geremia, che si è sentito piccolo e inadeguato, ma che ha ricevuto da Dio la rassicurazione della sua presenza. Allo stesso modo, ha ripreso le parole di Gesù nel vangelo e ha sottolineato come il Signore abbia invitato ad andare senza paura, promettendo di essere sempre accanto ai suoi discepoli. Ha così ribadito che «Dio non ha scelto i più perfetti o i più forti, ma coloro che si sono resi disponibili a fidarsi di lui».
Per rendere il messaggio più concreto, ha raccontato la storia del ragazzo che ha restituito al mare una stella marina alla volta, e ha mostrato come anche un piccolo gesto abbia potuto fare la differenza. Attraverso questo esempio, ha invitato i ragazzi a «non preoccuparsi di cambiare il mondo intero, ma a riconoscere il valore del bene che potranno compiere nella vita di qualcuno».
Riferendosi al viaggio che di lì a poco li porterà in Albania, ha spiegato che «non si tratta solo di uno spostamento geografico, ma di un incontro con una storia di fede, di fatica e di rinascita, segnata anche dalla testimonianza di don Antonio Sciarra». Ha sottolineato il legame di fraternità tra le comunità e ha invitato i ragazzi a sentirsi parte di una relazione viva e concreta.
Ha quindi espresso gratitudine per il «sì» pronunciato dai ragazzi e li ha ringraziati per aver scelto di mettersi in gioco e di uscire dalle proprie comodità. Ha evidenziato che, pur partendo con il desiderio di dare, avrebbero ricevuto molto di più: incontri, volti, storie e uno sguardo nuovo su sé stessi e sul mondo.
Ha rivolto parole di ringraziamento anche agli educatori, per il loro ruolo di accompagnamento, e ai genitori, per la fiducia dimostrata, riconoscendo in questo un dono prezioso per la crescita dei figli. Infine, ha spiegato il significato dei segni consegnati, «la croce missionaria e la luce, come simboli dell’amore che si dona e della presenza di Cristo da portare agli altri». Ha invitato i ragazzi a pronunciare il loro «Eccomi» con sincerità, anche nelle loro fragilità, e ha ricordato che «nessuno è mai pienamente pronto, ma lo si diventa lungo il cammino».
L’omelia si è conclusa con l’invito a partire con il cuore aperto, nella certezza che non sarebbero stati soli, ma accompagnati da Cristo, dalla comunità e dalla preghiera, con l’augurio che l’esperienza potesse lasciare in ciascuno un segno profondo e duraturo.


 

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