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Si terrà sabato 25 gennaio ad Avezzano Accendiamo la pace, la tradizionale iniziativa della Festa della pace, giunta alla sua ventiseiesima edizione e promossa dalla Tavola della pace diocesana. L’appuntamento quest’anno sarà serale perché ci si ritroverà alle 17:30 nella piazza Beato Zefferino, vicino lo stadio dei Marsi, da lì partirà la Fiaccolata della pace che si snoderà per le strade della città fino a piazza Risorgimento. Simbolico il luogo di partenza perché vicino alla moschea cittadina: al corteo infatti, in segno di fratellanza e comunione si uniranno anche i fratelli musulmani.
All’arrivo, davanti la cattedrale, il vescovo dei Marsi, mons. Pietro Santoro, terrà un momento di riflessione, confermando insieme alla comunità ecclesiale una sorta di impegno per la pace intorno al Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune scritto da papa Francesco in occasione del viaggio apostolico negli Emirati Arabi.
Il secondo appuntamento sarà il 26 gennaio alle 18:00, nella sala parrocchiale di Madonna del Passo, con lo spettacolo teatrale Etty Hillesum: elogio dell’amore, a cura del Teatro stabile d’Abruzzo. Etty Hillesum (1914-1943), giovane donna ebrea olandese, desiderava fare la scrittrice ma è stata uccisa nel campo di Auschwitz. Prima deportata nel campo di smistamento di Westerbork, poi trasferita ad Auschwitz dove trova la fine chiedendo di essere «un balsamo per molte ferite», raccontando la Shoah, diviene fonte per molte domande e riflessioni su un mondo in cui infinite persecuzioni e violenze ci impongono la necessità di fare memoria.


La Tavola della pace nasce da un’idea dell’Azione cattolica per coinvolgere le diverse realtà diocesane per l’organizzazione della Festa della pace e di altri eventi presenti nel corso dell’anno. È composta dai rappresentanti dell’Azione cattolica, della pastorale missionaria, della pastorale familiare, dell’associazione Rindertimi, dell’Agesci, di Migrantes, della Caritas, della pastorale giovanile e della pastorale sociale e del lavoro.
Da oltre venti anni il gruppo s’impegna per la pace; innumerevoli le iniziative realizzate ispirate ai principi universali della pace e della giustizia, ai valori evangelici di fraternità e di perdono. Il progetto da sempre ha sostenuto la promozione di attività volte a favorire l’affermazione della cultura della pace e nel tempo ha rafforzato il dialogo interculturale e interreligioso nella Marsica, contribuendo a realizzare un processo di educazione permanente tra le comunità del territorio, per il consolidamento di itinerari di pace, convivenza e giustizia sociale.
La Tavola della pace diocesana promuove il rifiuto di ogni forma di violenza e della guerra come soluzione dei conflitti; la difesa dei diritti umani, civili, politici, sociali, economici e ambientali; la solidarietà con i più deboli e la cooperazione con i popoli impoveriti dalla divisione mondiale delle ricchezze e sopraffatti dalle logiche di dominio delle potenze economiche e militari; la valorizzazione delle diversità culturali; la tutela pubblica, la conservazione e la fruizione condivisa dei beni comuni; la tutela ambientale per la salvaguardia del pianeta; la legalità come metodo democratico improntato sulla giustizia tra individui e tra popoli. In progetto l’istituzione della «Università della pace», un luogo di confronto e formazione permanente per sensibilizzare persone, gruppi e comunità sui temi della giustizia e dei diritti umani.

Venerdì 24 gennaio 2020 avrà luogo presso il Castello Orsini-Colonna di Avezzano un importante evento promosso dalla Diocesi dei Marsi, sotto l’egida della Pontificia accademia per la vita. Si tratta di una giornata di sensibilizzazione e approfondimento per indagare la contemporaneità, il cambiamento e i valori etici della società globalizzata alla luce dello sviluppo dell’innovazione tecnologica e digitale.
L’obiettivo dell’iniziativa è quello di identificare le domande più importanti sulle implicazioni antropologiche, proponendo criteri di valutazione che coinvolgono la dimensione globale della tematica. L’appuntamento in programma vuole collegarsi idealmente con i workshop di questi anni, promossi dalla Santa Sede, su Roboetica e Intelligenza artificiale.
Il convegno, a cura del comitato scientifico e organizzatore formato dai professori don Claide Berardi, don Vincenzo Massotti e Alessandro Franceschini si articolerà in due momenti. La mattina sarà dedicata agli studenti delle scuole superiori, mentre il pomeriggio a partire dalle ore 16:00 avrà luogo una conferenza pubblica alla quale tutti sono invitati a partecipare.
Mons. Vincenzo Paglia, arcivescovo presidente della Pontificia accademia per la vita, terrà una relazione introduttiva alla quale seguirà un dibattito moderato dalla giornalista e tecnologa Barbara Gasperini, con il teologo e bioeticista Carlo Casalone, membro corrispondente della Pontificia accademia per la vita, il filosofo Mario De Caro, ordinario di Filosofia morale presso l’Università degli studi Roma Tre, la psicologa Felicia Pelagalli, fondatrice e presidente di Cultura srl e Innova fiducia. Concluderà i lavori il vescovo dei Marsi mons. Pietro Santoro.
Durante il convegno ci sarà una interessante performance con i robot dell’IIS Ettore Majorana di Avezzano che, programmati dai giovani studenti dell’Istituto, forniranno un esempio di come la collaborazione tra uomini e macchine può essere usata per scopi educativi. Gli alunni mostreranno come loro stessi interagiscono con i robot e in particolare con il piccolo umanoide Ettore, un robot Nao con cui si esercitano già sui banchi di scuola a collegare le nuove tecnologie alla realtà quotidiana sperimentando la loro applicazione alla risoluzione di semplici problemi. I ragazzi sono coordinati dalle professoresse Alessia Galli e Maria Antonietta Montanile.
L’artista aquilano Franco Angelosante esporrà per l’occasione alcune sue opere inerenti l’arte e la scienza.
Il convegno è patrocinato dal Center for Digital Health Humanities di Roma e dall’Istituto superiore di Scienze religiose dell’Aquila, e sostenuto dalla Fondazione Cassa di risparmio della provincia dell’Aquila.
L’ Ufficio scuola diocesano, guidato dal diacono Antonio Masci, riconosce l’iniziativa valida ai fini dell’aggiornamento formativo dei docenti di Religione cattolica.


L’augurio di fine anno del vescovo Pietro Santoro è affidato a una bellissima preghiera, un suo Te Deum, dove loda e ringrazia il Signore per i doni ricevuti come cristiani, come Chiesa locale e popolo in cammino.

Ti lodiamo e ti ringraziamo, Signore, per il dono della vita
che tu ci hai consegnato nell’amore dei nostri genitori:
anche se attraversata da prove e turbamenti
la vita è il grande libro dove ognuno di noi scrive il percorso della sua salvezza.

Ti lodiamo e ti ringraziamo, Signore, per il Battesimo che abbiamo ricevuto:
ci hai scelti come tuoi figli e nessuno sarà mai abbandonato dal tuo amore.
Perché è il tuo amore la perenne speranza dei nostri passi.

Ti lodiamo e ti ringraziamo, Signore, per la santa Chiesa,
tua Sposa e nostra Madre:
in essa siamo generati e continuamente rigenerati nella fede e nella verità,
nella tua verità, che è sempre oltre le nostre parziali vedute
perché colloca l’eterno dentro i frammenti dell’esistere.

Ti lodiamo e ti ringraziamo, Signore, per le famiglie dove gli anziani sono amati, abbracciati e custoditi
come si custodisce uno scrigno prezioso da cui attingere il senso delle nostre origini
e le parole della sapienza per il nostro oggi.

Ti lodiamo e ti ringraziamo, Signore, per i nostri sacerdoti:
tu li hai chiamati e loro hanno risposto nella vocazione
e nella scelta di essere il segno di Cristo
che perdona, che serve, che spezza il pane dell’immortalità.

Ti lodiamo e ti ringraziamo, Signore, per i diaconi
e per le donne e gli uomini della vita consacrata,
per quanti sono accanto ai sacerdoti nelle comunità parrocchiali
e diventano presenza di collaborazione pastorale,
perché hanno compreso che corresponsabilità non è una parola generica
ma la dimensione di una Chiesa dove si sta insieme
per operare, per trasmettere, e non per osservare.

Ti lodiamo e ti ringraziamo, Signore, per il nostro popolo
che tra difficoltà economiche e precarietà
riesce ancora a tenere aperta la porta a un Vangelo quotidiano
vissuto nella sequela umile e coraggiosa.

Ti lodiamo e ti ringraziamo, Signore, per quanti spendono energie, tempo e risorse
nel volontariato e nella prossimità fraterna
a chi percorre il tempo del dolore.

Ti lodiamo e ti ringraziamo, Signore, per gli ammalati
che sanno unire le loro sofferenze alla tua Croce,
in un mistero di comunione che solo in cielo sarà svelato,
quando scopriremo la risposta ai perché che la ragione non contiene.

Ti lodiamo e ti ringraziamo, Signore, per papa Francesco:
con lui vogliamo costruire una Chiesa che non si chiude come un recinto
ma che esce da se stessa e va,
va libera da ogni mondanità,
va per essere il segno della tua tenerezza.

+ Pietro

Buon Natale, amici, buon Natale!
Con questo semplice augurio desidero salutarvi, sapendo che tutti, veramente tutti, siamo accolti da Cristo, Dio incarnato per la nostra salvezza. Ma all’augurio del cuore si sovrappone una domanda, una domanda antica e sempre nuova, resa più acuta da una cultura che tutti respiriamo e di cui tutti siamo costruttori e vittime, una cultura che definisco di smemoratezza. Smemoratezza sulla storia che ci ha generato alla fede, smemoratezza sul nostro destino di uomini e di credenti. E allora non c’è da meravigliarsi se questa smemoratezza porta tanti a preparare il Natale come festa del relativismo trionfante, occasione di gesti e di parole che indicano fuga e lontananza dal mistero. E la domanda è questa: Qual è il segreto del Natale?
Capire questo segreto non è facile. È solo per quanti riescono a scoprire che il Natale non è solo una data del calendario, ma è una verità, la più grande verità che Dio annuncia e comunica al mondo. È accaduto così anche all’inizio. Mentre Roma dispiegava la propria potenza e Cesare Augusto mobilitava la terra intera per il censimento, mentre l’intera storia di quel tempo si snodava secondo una logica imperiale, un’altra storia, segreta e ignota alle folle e ai palazzi, veniva disvelata a pochi, a un piccolo gruppo di pastori, chiamati a diventare testimoni di un evento incredibile alla ragione: Dio assume la nostra condizione umana per farci avere parte alla sua vita divina.
Evento immenso. Evento sconvolgente. Forse può far sorridere coloro che hanno censurato Dio dalla loro esistenza. Forse può far sogghignare coloro che hanno scelto di seppellire Dio sotto la coltre dell’indifferenza. Forse può essere scippato da quanti lo impacchettano nel chiasso e nella confusione di riti all’insegna della liquidità culturale. Forse; ma non può, non deve, essere svuotato da quanti sono chiamati a custodire e a trasmettere l’evento nella sua grandezza ed essenzialità. E ci vuole il silenzio del cuore per custodire. E ci vuole un colpo d’ala per trasmettere, il colpo d’ala che solo l’amore può imprimere.
Già, l’amore. Parola ormai mercificata. Parola ormai stritolata. Ma parola che, ricondotta alla sua profondità, ci dice che nel Natale siamo stati raggiunti dall’Amore di Dio, che questo amore ci sorregge nelle nostre solitudini e nei nostri smarrimenti, e che questo Amore è sempre il fermento vivo per una società che non affondi con la pietra al collo delle proprie cattiverie e delle proprie deviazioni. È un mistero d’amore il Natale, perché Dio diventa un volto da amare affinché ogni volto sia amato. Nel Bambino di Betlemme Dio assume un volto affinché ogni persona sia per noi un volto. Questa è la chiave che ha costruito la civiltà e questa è la chiave affinché la civiltà non scompaia.

+ Pietro

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