Oggi pomeriggio è stato accolto nella casa del Padre il caro don Augusto Bifaretti, 88 anni, malato ormai da diverso tempo. La comunità ecclesiale si stringe ai parenti nella preghiera e nella gratitudine al Signore per questo amato sacerdote. La salma sarà esposta ad Avezzano da domani, mercoledì 21 febbraio, dalle 9:00 alle 22:00, nella chiesa dello Spirito Santo, dove si terranno le esequie, presiedute dal vescovo Giovanni Massaro, il giorno giovedì 22 febbraio alle ore 10:30.

Don Augusto è nato a Magliano dei Marsi il 16 agosto 1935 ed è stato ordinato presbitero ad Avezzano da mons. Domenico Valerii il 16 marzo 1958. È stato parroco di Marano dal 1961 al 1964, di Massa e Corona dal 1964 al 1979, di Luco dei Marsi dal 1979 al 1986. È stato vicario generale con il vescovo mons. Biagio Vittorio Terrinoni. E ancora è stato parroco della parrocchia Spirito Santo dal 1994 al 2008. È stato vicerettore in seminario e vice nell'ufficio amministrativo della curia istituito dopo il concordato del 1929. Dal 2008 è stato vicario parrocchiale della cattedrale; canonico del capitolo della cattedrale; assistente diocesano dell’UNITALSI; canonico penitenziere dal 6 dicembre 2012; parroco di Castelnuovo di Avezzano dal 1° aprile 2013 e cappellano delle Apostole del Sacro Cuore dal 1° novembre 2014.


Sono in programma tre appuntamenti di catechesi con il vescovo Giovanni Massaro durante la Quaresima. Il primo ad Avezzano, il 21 febbraio alle 21:00, il secondo a Pescina, il 28 febbraio alle 18:00 e l'ultimo a Carsoli, il 13 marzo alle 18:00.



«Ritorniamo a Dio con tutto il cuore»

Messaggio del vescovo per la Quaresima 2024

Il profeta Gioele, rivolgendosi al popolo d’Israele, afferma: «Or dunque – oracolo del Signore –, ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti» (Gl 2,12). «Con tutto il cuore» significa: non solo con i pensieri, i sentimenti ma soprattutto con le scelte, con le azioni, con le decisioni.
Il tempo della Quaresima è tempo di discernimento, tempo di decisioni personali e comunitarie. Nel passato ai bambini, accanto alle preghiere e ai contenuti della fede, si offrivano in concreto impegni di vita, fioretti che erano chiamati a vivere. Non c’era esame di coscienza a fine giornata che non si concludesse con un impegno concreto per il giorno successivo. Penso che dobbiamo ritornare ad esplicitare ulteriormente la parola di Dio giungendo a individuare e proporre comportamenti e atteggiamenti concreti. È ancora il profeta che ce lo dice: «Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore, vostro Dio» (Gl 2,13).
In effetti, anche ai nostri giorni, molti sono pronti a stracciarsi le vesti di fronte alle violenze, agli scandali e alle ingiustizie commessi da altri, ma pochi sembrano disponibili ad agire sul proprio cuore, sulla propria coscienza e sulle proprie intenzioni, lasciando che il Signore trasformi, rinnovi e converta. Un uomo saggio ormai anziano diceva: «Quando ero giovane ero un rivoluzionario e tutte le mie preghiere a Dio erano: “Signore, dammi la forza di cambiare il mondo”. Quando ero ormai vicino alla mezza età e mi resi conto che metà della mia vita era passata senza che avessi cambiato nulla, mutai la mia preghiera in: “Signore, dammi la grazia di cambiare coloro che sono in contatto con me: la mia famiglia, i miei amici e sarò contento”. Ora che sono vecchio e i miei giorni sono contati, comincio a capire quanto sono stato sciocco. La mia sola preghiera è: “Signore, dammi la grazia di cambiare me stesso”. Se avessi pregato così fin dall’inizio, non avrei sprecato la mia vita. Se ognuno pensasse a cambiare se stesso, tutto il mondo cambierebbe».
La Quaresima è tempo propizio per purificare il cuore, eliminando tutto ciò che lo contamina. «Preghiera, elemosina e digiuno non sono tre esercizi indipendenti che la Chiesa ci offre in questo tempo di grazia – scrive papa Francesco nel messaggio per la Quaresima – ma un unico movimento di svuotamento: fuori gli idoli che appesantiscono, via gli attaccamenti che ci imprigionano. Allora il cuore atrofizzato e isolato si risveglierà».
Evagrio Pontico, monaco vissuto in Egitto e morto nel 399, ha composto per i suoi monaci alcuni scritti di spiritualità per aiutarli nel cammino di incontro con il Signore e ha indicato in particolare otto attaccamenti dell’io da cui scaturiscono scelte e comportamenti sbagliati. Aiutati dalle catechesi di papa Francesco, che in queste settimane sta esaminando i diversi vizi che costituiscono «le insidie più pericolose per il cuore», proviamo, nel silenzio della nostra preghiera, ad individuare e poi ad eliminare quelli che riteniamo più pericolosi per la nostra vita di relazione con Dio e con i fratelli. Io mi limiterò a elencarli e a soffermarmi solo su uno di essi. Gli otto vizi, descritti da Evagrio, sono i seguenti: avarizia, gola, vanagloria, superbia, ira, tristezza, lussuria e accidia.
Probabilmente il più tenebroso e comunque il più distruttivo dei rapporti umani è l’ira. Quando la persona è troppo ferita vede ovunque nemici o persone che ce l’hanno con lei e reagisce di conseguenza. L’iroso deve fare i conti con la sua ferita per evitare di proiettarla sugli altri, fuori di sé. L’ira è un vizio terribile che sta all’origine di guerre e di violenze. Nella catechesi dello scorso 31 gennaio, papa Francesco ha affermato: «L’ira esprime l’incapacità di accettare la diversità dell’altro, specialmente quando le sue scelte divergono dalle nostre. Non si arresta ai comportamenti sbagliati di una persona, ma getta tutto nel calderone: è l’altro così com’è, l’altro in quanto tale a provocare la rabbia e il risentimento».
Chi è dominato dall’ira ritiene che il problema sia sempre dell’altro: mai è capace di riconoscere i propri difetti, le proprie mancanze. Si arriva a detestare tutto dell’altra persona. «È importante – ha affermato ancora il santo padre – che tutto si sciolga subito, prima del tramonto del sole».
Come si contrasta però l’ira? Attraverso un bagno di umiltà e con la pazienza che è esercizio di misericordia verso il peccatore o verso chi la pensa diversamente da me. In un mondo e una società segnati dalla violenza verbale e fisica nonché dal facile contrasto, proviamo ad eliminare dal nostro cuore ogni forma cattiva di ira e di collera.
Il cammino sinodale che stiamo vivendo ci suggerisce che la Quaresima è tempo non solo di decisioni personali bensì anche di discernimento comunitario. Approfittiamo pertanto delle tante occasioni che ci verranno offerte a livello parrocchiale e diocesano per lasciarci illuminare dallo Spirito Santo, individuare ed eliminare gli atteggiamenti che, maggiormente, appesantiscono il cammino delle nostre comunità e ritornare a Dio con tutto il cuore.

Vostro, aff.mo
+ Giovanni Massaro
Vescovo dei Marsi


Il vescovo dei Marsi, Giovanni Massaro, domenica 11 febbraio alle 17:30 presiederà la celebrazione eucaristica nella cattedrale di Avezzano, promossa insieme all’UNITALSI e alla Pastorale della salute, in occasione della Giornata mondiale del malato. La Messa potrà essere seguita anche in TV sul canale 15 Infomedianews e sulla pagina Facebook della diocesi.
La celebrazione della 32ª giornata, che ricorre nella memoria della beata Vergine Maria di Lourdes, è un momento propizio per riservare una speciale preghiera e attenzione alle persone malate e a coloro che le assistono, sia nei luoghi deputati alla cura sia in seno alle famiglie e alle comunità. La giornata si aprirà alle 17:00 in cattedrale, con la recita del santo Rosario, e a seguire, alle 17:30, la Messa. Dopo la Messa la tradizionale processione aux flambeau con la statua della Vergine Maria e la benedizione dei malati.

Si intitola «Non è bene che l'uomo sia solo. Curare il malato curando le relazioni» il messaggio del papa per la XXXII giornata del malato, sull'importanza della vicinanza, dell'attenzione amorevole a chi sta male. «La prima cura di cui abbiamo bisogno nella malattia è la vicinanza piena di compassione e di tenerezza», scrive il papa. «Per questo, prendersi cura del malato significa anzitutto prendersi cura delle sue relazioni: con Dio, con gli altri – familiari, amici, operatori sanitari –, col creato, con se stesso. Siamo venuti al mondo perché qualcuno ci ha accolti, siamo fatti per l’amore, siamo chiamati alla comunione e alla fraternità», ricorda il pontefice. «Questa dimensione del nostro essere ci sostiene soprattutto nel tempo della malattia e della fragilità, ed è la prima terapia che tutti insieme dobbiamo adottare per guarire le malattie della società in cui viviamo».


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