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Il Vescovo

Sua Eccellenza Rev.ma Mons. PIETRO SANTORO

Nato a Vasto (CH) il 4 febbraio 1946, ha ricevuto la preparazione al presbiterato nel Seminario vescovile di Chieti, dove ha frequentato le scuole medie ed il liceo. Ha compiuto gli studi di teologia nel Seminario per l'America Latina di Verona, con il proposito di essere prete fidei donum in un Paese di quel continente. È stato ordinato presbitero, per l'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, da papa Paolo VI, il 17 maggio 1970.
Uffici e ministeri:
- 1970-1973: viceparroco di San Giuseppe e Rettore di San Nicola, in San Salvo;
- dal 1973: parroco di San Nicola in San Salvo;
- 1986: istituisce la cooperativa sociale Nuova Solidarietà;
- 1987: fonda l'associazione culturale Jacques Maritain;
- 1993: inaugura l'auditorium cittadino, intitolato a Paolo VI;
- dal 2005 è vicario episcopale per Vasto.
Durante l'episcopato di mons. Vincenzo Fagiolo è stato incaricato diocesano per l'ecumenismo, corrispondente del quotidiano Avvenire e responsabile dell'organizzazione del convegno diocesano Evangelizzazione e promozione umana.
È stato Assistente diocesano dei giovani di Azione Cattolica, responsabile per la pastorale giovanile e referente diocesano per il Progetto culturale della CEI.
Ha partecipato con i giovani dell'Arcidiocesi a tutte le giornate mondiali della gioventù. È Consigliere ecclesiastico regionale dell'UCID, con nomina della Conferenza Episcopale Abruzzese-Molisana.
Il 5 dicembre 2005 è stato nominato cappellano di sua Santità.
Il 28 giugno 2007 è stato eletto da papa Benedetto XVI Vescovo dei Marsi.
Il 15 settembre 2007 ha iniziato solennemente il suo ministero episcopale nella Diocesi dei Marsi.
Dal 2012 è assistente spirituale della famiglia di diritto Pontificio della Madonnina del Grappa di Padre Mauri.

Agenda del Vescovo

Il 20 dicembre è a Roma per la Famiglia di Padre Mauri

Il 21 dicembre alle 9:30 celebra nel Reparto Dialisi dell’Ospedale di Avezzano

Il 21 dicembre alle 11:00 celebra nella Residenza per Anziani di Avezzano

Il 21 dicembre alle 16:00 celebra nel Carcere

Il 22 dicembre alle 12:00 celebra in Cattedrale

Il 23 dicembre alle 10:00 incontra i Vigili del Fuoco

Il 23 dicembre alle 12:30 incontra Dirigenti e Dipendenti della Cartiera Burgo

Il 24 dicembre alle 22:00 celebra la Messa della Natività a Borgo Strada 14

Il 25 dicembre alle 12:00 celebra il Natale del Signore in Cattedrale

Dal 27 al 30 dicembre è a Sestri Levante per il Convegno annuale della Famiglia Spirituale di Padre Mauri

Il 31 dicembre alle 17:30 celebra la santa Messa con il Te Deum in Cattedrale

Il 1° gennaio 2020 alle 12:00 celebra in Cattedrale Maria Madre di Dio e la Giornata Mondiale della Pace

Ultime news della Diocesi

08/04/2020: Comunicato del Vescovo sulla festa...

28
Alla Città di Avezzano Al Commissario Prefettizio Ai Sacerdoti e alle Comunità religiose...
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10/04/2020: Preghiera universale per il venerdì...

33
Visto il decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti...
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05/04/2020: Celebrazioni della settimana santa

169
Celebrazioni della settimana santa presiedute da mons. Pietro Santoro Trasmesse dalla...
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28/03/2020: Nota del Vescovo

97
A Sacerdoti, Diaconi, Religiosi/e Carissimi, vi inoltro ulteriori comunicazioni della...
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Omelie

Omelia del 5 aprile 2020

dalla cattedrale dei Marsi in Avezzano
Con quale profondità abbiamo accolto la narrazione della passione di Gesù. Come ci sentiamo avvolti da eventi che sono stati e sono un immenso abisso di peccato e di amore, di perdizione e di salvezza. Ci siamo dentro tutti. Ognuno chiamato a non sentirsi estraneo, ma a sfogliare il libro della sua vita, della sua fede. Il tradimento di Giuda pertrenta monete d’argento e la sua disperazione impiccato all’albero, perché incapace di credere alla misericordia del Signore. Il tradimento di Pietro, «Gesù? Non lo conosco!», e le sue lacrime di pentimento dopo il canto del gallo che scava il rimorso e la fiducia di non avere smarrito l’amore di Gesù. L’Eucaristia. «Prendete e mangiate, questo è il mio corpo». Il corpo che sarà immolato sulla croce diventa nell’Eucaristia il pane della permanenza di Gesù nella storia: il pane della redenzione. L’agonia nell’orto degli ulivi; il sonno dei discepoli, il sonno dell’impotenza e della fuga; la condanna del sinedrio. Il processo farsa a chi aveva scardinato il Dio visto come copertura di una religiosità vuota e ipocrita. Pilato, e la paura di perdere il potere, la folla manovrata. E c’è sempre un Barabba, ieri come oggi, che la folla sceglie per condurre al patibolo l’innocente. Una corona di spine, di sputi. La derisione. Il cammino verso la collina del supplizio. L’uomo di Cirene costretto a portare la croce del Signore. Il Golgota, la crocifissione, e ancora insulti, «scendi dalla croce e salva te stesso»; ma il Signore non scende, rimane. Rimane inchiodato nel dono di un amore che salva, assumendo tutte le negazioni dell’uomo di ogni tempo. E poi il buio. Il buio della desolazione suprema, il sentirsi abbandonato persino dal Padre. E l’ultimo grido, il grido della morte. Il riconoscimento appartiene ad un pagano, il centurione: «Davvero costui era il Figlio di Dio!». Il riconoscimento non è della folla della domenica delle palme, dell’ingresso festoso di Gesù a Gerusalemme. Quella folla non c’è più, è scomparsa, si è dileguata. Aveva accompagnato Gesù in corteo, ma il corteo delle palme si era sciolto, diluito nella paura e nella falsa immagine di un Dio concepito soltanto come il paravento di un benessere terreno. Inconcepibile, per la folla, un Dio che si consegna alla morte. Un Dio che muore crocifisso nell’unica cattedra che ribalta la logica del peccato: la cattedra dell’amore fino alla consumazione. E infine, la pesante pietra che sigilla il sepolcro. Tutto finito? No. Ma dove finisce l’uomo Dio continua. E noi crediamo, dove e come, Dio continua. Continua nel cuore di chi fa entrare Dio nella propria vita, e la vita diventa un canto di risurrezione, deposto nella cenere di ogni peccato. Ciascuno di noi si lasci trafiggere dalla passione de Signore che ci ricompone, dentro e oltre, le nostre domande. Dentro ed oltre i nostri perché. Oggi è il tempo dei perché. Perché le morti in questo tempo di aggressione del male? Perché le morti in solitudine? Perché il dolore innocente? Perché le vittime delle violenze e delle ingiustizie? Perché proprio a me? Perché proprio alla mia famiglia? La risposta sta tutta dentro gli occhi che sanno guardare Cristo, che incrociano gli occhi di Cristo e che sanno dire «ecco l’uomo, ecco il nostro fratello nel dolore». Dio non è venuto ad eliminare il dolore, ha fatto di più. È venuto a prendere su di sé il dolore dell’uomo. Ed ecco cos’è la croce: non è un simbolo, è il segno; è il sacramento della sofferenza degli uomini che Dio riceve e che mette sulle proprie spalle. La croce è il lutto terribile del dolore umano che va a schiantare il cuore di Dio. Nel corpo straziato di Cristo, niente è stato dimenticato. Nel corpo straziato di Cristo cisono i nostri lamenti, le nostre solitudini, i nostri strazi, e niente va perduto. Cristo è venuto a cercare il dolore inutile, lo ha caricato sotto il peso della sua croce e ognuno può dire «Gesù, fratello mio». La Pasqua comincia ora, ai piedi della croce e di fronte al sepolcro sigillato. E ogni tristezza e ogni paura devono cambiarsi in speranza. La speranza è Gesù. Il futuro nuovo per me, per voi, per tutti è soltanto Gesù! Amen.

Omelia del 29 marzo 2020

dalla cattedrale dei Marsi in Avezzano
«Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia supplica». L’invocazione del salmo liturgico incrocia le nostre personali invocazioni, e diventa un grido che raccoglie i nostri smarrimenti, un grido che chiede e che implora che non venga meno la nostra fede. Una fede che illumini il mistero dell’eterna presenza di Cristo nella nostra storia e sappia unire la passione del Signore alla passione del nostro popolo. Il nostro è veramente il tempo in cui la fede viene messa a dura prova, ma è anche il temo del credere. Come scriveva don Primo Mazzolari, in pagine profetiche aperte ad ogni epoca: «È tempo di credere, è tempo di fede. Non esistono tempi ordinari, esistono invece molti uomini che non capiscono la straordinarietà di ogni ora. Tutti i tempi sono tempi straordinari. Gesù è il pellegrino di ogni strada che rinnova la sua presenza. Lui, il nostro Dio fatto uomo, lui presente su ogni strada, in ogni uomo, in ogni creatura, in ogni cosa, perché io non sia più solo. Con i suoi occhi posso capire anche la morte. Senza di lui non capisco niente. Se non soffro insieme a tutti non sono un cristiano. Se non vivo la storia che passa, non sono un cristiano. Nessuno può tenere le mani in tasca per paura di contaminarle». Profonda l’affermazione: «Con gli occhi di Cristo posso capire anche la morte». È vero, non posso spiegarla, ma posso capirla nel suo mistero; oltre le ragioni medico-scientifiche e non togliendo alla morte la sua drammaticità. Oggi stiamo vivendo tutti l’irruzione drammatica della morte. Capirla perché «la morte ci interroga come viandanti nello stretto marciapiede della terra», direbbe san Giovanni Paolo II, viandanti consapevoli che il viaggio termina. E dopo? E qui siamo avvolti dalla pagina di vangelo. Siamo avvolti dalla convinzione che in questa pagina di vangelo c’è tutto il mistero e la verità della morte e della vita. Siamo avvolti per entrare nel nostro tempo e riportare il vangelo al nostro tempo, anche dalla commozione e dal pianto di Gesù, dinanzi alla morte di Lazzaro. Siamo avvolti dal vertiginoso dialogo tra Marta ed il Signore. Gesù le dice: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi tu questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo». Ecco la verità, immensa e scandalosa per chi non crede. Gesù, con la sua risurrezione, non solo ha vinto la sua morte, ma ha vinto la morte di tutti. Ogni foglia che cade non marcisce ma è avvolta dal vento della risurrezione. So che diventa difficile approdare a questi pensieri mentre ogni giorno ascoltiamo il numero dei morti e dei defunti, a causa del male terribile che ci è piombato addosso, mentre medici e infermieri tentano di strappare alla morte chi è stato contagiato, mentre preghiamo «liberaci dal male». È vero, siamo tutti nel vortice del turbamento, ma dentro questo vortice chiediamo al Signore il dono di piangere con chi piange, il dono di essere uniti nella sincera commozione di cuore, perché siamo legati da un destino comune: siamo tutti figli della stessa famiglia. E se non lo capiamo adesso, quando lo capiremo? Chiediamo al Signore il dono di non essere smemorati, di ripensare al mistero reale del nostro esistere. La fragilità, compresa la fragilità estrema della morte, è parte costitutiva del nostro essere creature. Ma la morte è anche un parto. È il parto che ci genera all’eternità. Un’eternità che ogni frammento ricompone nel tutto che è Dio. Ed è a Dio che ogni giorno dobbiamo restituire la nostra vita, a lui che ce l’ha data, restituirla rendendola ogni giorno un canto di amore, in attesa dell’ultima restituzione. La grandezza della vita è tutta nell’amore. La miseria di una vita è l’essere rattrappiti di fronte allo specchio del proprio io. Dobbiamo camminare facendoci toccare dal vento e dal soffio dell’eternità. La fede non è un diversivo spirituale, il viaggio della vita verso il Padre porta a vedere il Padre in ogni uomo, perché lui ci riconsegna ogni uomo come fratello. Dobbiamo tendere il cuore ai nostri morti, a quelli di casa e a tutti gli altri. Tutti ci appartengono. Chiediamo ai nostri morti di parlarci. La loro voce è una voce sottile, va percepita nel silenzio. E cosa ci dicono i nostri morti? Ci ridonano all’amore che hanno sempre avuto per noi ma ci dicono anche «Tutto con Dio e nulla senza Dio». Questo è il senso della vita. Ci dicono che il vangelo è la mappa che orienta il cammino nella notte del mondo. E allora riprendiamo la speranza che non muore, perché noi siamo quelli che hanno speranza, noi non siamo ciechi che vagano senza meta. Noi siamo quelli che dicono, dinanzi alle tombe dei nostri cari – alle tombe lontane o vicine –, le stesse parole di Gesù dinanzi alla tomba di Lazzaro: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno».

Omelia del 22 marzo 2020

dalla cattedrale dei Marsi in Avezzano
Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; è un pover’uomo costretto a mendicare per sopravvivere: non conosce la bellezza della luce, la poesia dei colori, il sorriso dei volti. È un emarginato; è un escluso avvolto nella solitudine; è un uomo marchiato, bollato. Ma Gesù non passa oltre. Tutti passano oltre. Gesù si ferma, si avvicina, lo tocca con tenerezza e lo guarisce. Mentre tutti i discepoli e i farisei discutono sulla condizione del cieco, Gesù gli apre gli occhi… e gli occhi passano dall’oscurità alla luce. E non solo alla luce del corpo ma anche e soprattutto alla luce della fede. Il dialogo tra il Signore e il mendicante è di una bellezza vertiginosa: «Credi nel Figlio dell’uomo?». «E chi è?», «Tu lo hai visto, è colui che ti parla». «Io credo, Signore», e si butta in ginocchio. Dalla notte del cuore il mendicante entra nel giorno della verità. Così la narrazione del Vangelo entra nella nostra vita e diventa la narrazione della nostra speranza. La fede non è un possesso tranquillo, non è un cuscino su cui riposare, non è neanche un tranquillante della coscienza. La fede è continua domanda, continua interrogazione affinché Dio ci apra gli occhi per riconoscere in Gesù la luce vera dell’esistenza. La fede è, in questo momento di dolore, avvertire la presenza di Cristo che porta la nostra stessa croce, che condivide il nostro stesso dolore. La nostra croce è la croce di Gesù, le nostre lacrime sono le lacrime di Gesù. Il cristiano è un mendicante che incessantemente chiede a Gesù di aprirgli gli occhi, affinché con gli occhi del Signore possa giudicare la sua vita e possa vedere il volto del prossimo, non più un volto da scartare, ma un volto da amare. Non siamo più ciechi quando assumiamo gli occhi stessi di Gesù. Non siamo più nel buio, non siamo più nella notte ma diventiamo capaci di dare concretezza al monito di san Paolo: «Un tempo eravate tenebre, ora siete luce del Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce; il frutto della luce consiste in ogni bontà giustizia e verità». Ecco il nostro orizzonte: essere figli della luce nella grande notte del mondo contemporaneo. La notte dei tanti che non soffrono più per la mancanza di Dio; la notte dell’indifferenza; la notte della mancanza di passione per la verità; la notte delle funzioni, delle coperture dentro cui nascondere il vuoto e il vizio; la notte dove trionfa soltanto il calcolo e la furbizia e solo ciò che è utile e conveniente; la notte degli ideali di una libertà dove tutto è permesso. E allora vivere da figli della luce vuol dire non camminare nella notte da ciechi. Ciechi che non sanno dove vanno. Ciechi di verità vuol dire accendere negli altri la luce di Cristo, la luce che Cristo ha messo nei nostri occhi; la luce di un Vangelo che è unica risposta alla notte del nostro cuore e alla notte del mondo. Essere portatori di luce non è uno slogan ma è un mandato che Gesù conferisce a noi, suoi discepoli. Nella lettera enciclica Lumen fidei, il papa scrive con accenti di profondità: «La luce di Gesù brilla come uno specchio sul volto dei cristiani e così si diffonde per riflettere ad altri la sua luce». Come vostro Vescovo vi invito a comprendere che nessun ambito ci è estraneo per immettere la luce di Gesù: portatori di luce nella famiglia. Ci sono ferite, dentro tante famiglie, ferite di sofferenza, di lontananza, di fragilità. Ma è altrettanto vero che l’unico antidoto alla decomposizione è tornare alla radice, è tornare alla trasmissione della fede dei genitori verso i figli, dei figli verso gli anziani. È rendere Cristo il cemento dell’amore indissolubile, soltanto su Cristo regge la famiglia. Portatori di luce nelle relazioni, ricomponendo con la misericordia e il perdono, da persona a persona, relazioni sfilacciate e interrotte. Portatori di luce nella vita sociale, giudicando e agendo con la bussola del Vangelo, non con lo sguardo deformato della logica dell’io contrapposto alla logica del noi. Lasciatemi fare un riferimento semplice e concreto: ricominciamo a guardarci negli occhi. Di fronte ai supermercati, oggi icona delle relazioni, mentre si attende di fare la spesa, si vedono mascherine e occhi che fuggono lo sguardo degli altri. E altri che a loro volta fuggono il nostro sguardo. La paura degli altri è terribile. Ricominciamo a guardarci negli occhi, così prepareremo la luce del domani. Iniziamo da oggi. Nel nostro cammino di credenti alla sequela di Cristo, certamente non mancheranno cadute e smarrimenti. È inevitabile. Ci accompagni e ci sostenga la preghiera del salmo della liturgia di oggi, il salmo della fiducia e della speranza: «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. Ad acque tranquille mi conduce, rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino. Anche se vado per una valle oscura non temo alcun male perché tu sei con me. Bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita». Amen.

Omelia del 15 marzo 2020

dalla parrocchia di San Giovanni in Avezzano
«In ogni cuore, perfino nella persona più corrotta e lontana dal bene, è nascosto un anelito di luce. C’è sete di verità, c’è sete di Dio. Ogni persona è chiamata a riscoprire cosa conta veramente, di cosa ha veramente bisogno, cosa fa vivere bene e, nello stesso tempo, cosa sia secondario, e di cosa si possa tranquillamente fare a meno». Queste sono le parole di papa Francesco, parole di questi giorni, dei giorni del dolore. Parole che assumono il tempo della sofferenza che stiamo attraversando e che ci invitano ad una grande e profonda interrogazione interiore. Un’interrogazione che ognuno deve collocare nel silenzio della propria anima. Su quali radici essenziali poggia la mia vita? quanto di superfluo, di inutile, di involucro condiziona il mio agire e le mie scelte? Il mio desiderio di vivere bene è sintonizzato su l’uguale desiderio del mio prossimo, di vivere bene? Poi la domanda che riassume ogni domanda: io, mendicante di speranza, dove posso trovare la risposta al mio desiderio di verità, al mio desiderio di bellezza? Non è un luogo questo approdo del cuore, è una persona: è Gesù, è Cristo, volto del Dio entrato nella storia. È Cristo vivo, oggi, e cammina con noi. Condivide le nostre stanchezze e percorre le nostre strade e poi si siede. Si siede là dove le strade si incrociano, e attende. Un Dio che attende. Come attese la donna samaritana, seduto al pozzo nel villaggio di Sicar. È mezzogiorno, l’ora del caldo torrido; arriva la donna per attingere acqua. Il Signore le chiede da bere, come un povero che tende la mano. La donna si stupisce, anche perché chi le chiede da bere è un giudeo, e tra giudei e samaritani c’erano barriere secolari di odio. Inizia così un dialogo serrato, da cuore a cuore, fino a quando Gesù dice: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna». E allora la donna: «Signore, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non venga più qui ad attingere. So che deve venire il Messia, chiamato Cristo, quando egli verrà ci annuncerà ogni cosa». Gesù la guarda intensamente e poi le dice «Sono io, che parlo con te». E così la samaritana colma di stupore lascia la sua anfora e corre in città e racconta a tutti del suo incontro. Viaggiando dentro noi stessi per recuperare la distanza che noi spesso poniamo tra il nostro io e noi stessi ci accorgiamo che ci sono tanti modi per andare a Cristo, ma al termine del nostro cammino verso di lui, quando scegliamo di incontrarlo, ci accorgiamo che lui non ci vende, è l’unico che non ci vende, ma ci compra. Ci compra con un amore che trasfigura la libertà del nostro cuore e fa cessare lo smarrimento dei nostri desideri. Ma poi dobbiamo andare oltre. Nel pozzo di Sicar Gesù chiese da bere, ma anche oggi Gesù non ha smesso di chiedere, non ha smesso di tendere la mano. Perché è lui oggi che continua ad avere sete e fame, è lui oggi che è malato e abbandonato, è lui che è disoccupato. Non è retorica. Il nostro non è il tempo della retorica. Lo ha detto Gesù. «Avete dato da mangiare? Lo avete fatto a me. Avete curato un ammalato? Avete curato me. Tutte le volte che accogliete la mano del povero, avete accolto me». Ognuno di noi ha il suo pozzo presso il quale Cristo lo aspetta per l’incontro decisivo. Certo, Gesù continua ad aspettare. È paziente, è tenace. Ma poi, anche qui, siamo chiamati ad andare oltre. Il cristiano che incontra Cristo lo partecipa. Il cristiano non è un coltivatore di memoria. Cristo non è memoria. Il cristiano è un diffusore, è un seminatore di chi oggi ha incontrato. E se oggi manca questa carica missionaria è perché spesso si vive la fede come una semplice cornice, non come un incontro sovversivo con Gesù. Perché l’incontro con Gesù non lascia mail le cose e le persone come erano prima dell’incontro. Desidero recitare, con voi e per voi, la preghiera di papa Francesco con l’affidamento dell’Italia alla Vergine santissima. «O Maria, tu risplendi sempre nel nostro cammino come segno di salvezza e di speranza. Noi ci affidiamo a te, salute dei malati, che presso la croce sei stata associata al dolore di Gesù, mantenendo ferma la tua fede. Tu, salvezza perché grembo dell’autore della salvezza, sai di che cosa abbiamo bisogno e siamo certi che provvederai perché, come a Cana di Galilea, possa tornare la gioia e la festa dopo questo momento di prova. Aiutaci, Madre del Divino Amore, a conformarci al volere del Padre e a fare ciò che ci dirà Gesù, che ha preso su di sé le nostre sofferenze e si è caricato dei nostri dolori per condurci, attraverso la croce, alla gioia della risurrezione». Amen.
Earth of Fire & Ice

Omelia del Vescovo

Omelia del Vescovo Santoro
19.12.2012
The Angels of God

Dire la fede oggi

Conversazioni con il Vescovo Pietro Santoro. Avvento 2012, Castello Orsini Avezzano.
Seven Sins

Credere il lui, come all'origine

Conversazioni con il Vescovo Pietro Santoro. Avvento 2012, Castello Orsini Avezzano.
Jesus Online

A colloquio con il Vescovo dei Marsi, Pietro Santoro

Documenti

2017 ASSEMBLEA DELLA FAMIGLIA DI PADRE E. MAURI

Intervento del Vescovo Pietro

2014 OMELIA DEL VESCOVO MARIA SANTISSIMA

Omelia del Vescovo Pietro Santoro nella celebrazione della solennità di Maria Santissima Madre di Dio, Giornata Mondiale della Pace

2014 OMELIA DEL VESCOVO EPIFANIA

OMELIA DEL VESCOVO NELLA SOLENNITA' DELL'EPIFANIA DI N.S.G.C. 6/1/2014

2013 OMELIA CELEBRAZIONE DI GESU'

Omelia del Vescovo Pietro Santoro nella celebrazione del Natale di Gesù

2013 OMELIA DELL'IMMACOLATA

Omelia del Vescovo Pietro Santoro nella celebrazione della Solennità dell’Immacolata Concezione

2012 OMELIA DEL GIORNO DI PASQUA

Omelia del Vescovo Pietro Santoro nella celebrazione del giorno di Pasqua. Ordinazione presbiterale di don Gabriele Guerra di Pietro Santoro, vescovo dei Marsi

2007 OMELIA ANNO DELLA FEDE

Omelia del Vescovo Pietro Santoro nella Celebrazione di chiusura dell’Anno della fede

2007 DISCORSO PRONUNCIATO AL TERMINE DELLA CONSACRAZIONE EPISCOPALE

DISCORSO PRONUNCIATO AL TERMINE DELLA CONSACRAZIONE EPISCOPALE

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