Il 18 febbraio, mercoledì delle ceneri, inizia il tempo di Quaresima. Il vescovo Giovanni Massaro presiederà la celebrazione eucaristica, con la benedizione e l'imposizione delle ceneri, nella cattedrale dei Marsi alle ore 17:30.


Meditazione
di suor Valeria Marchi

La colletta che ci introduce alla Quaresima così ci fa pregare: «O Dio, nostro Padre, concedi al popolo cristiano di iniziare con questo digiuno un cammino di vera conversione, per affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male». La preghiera illustra il nostro percorso quaresimale. L'immagine che viene usata è ancor più forte in questi tempi, poiché si tratta di una immagine bellica, anche se si tratta di una battaglia spirituale, interiore. Perché la Chiesa ha avvertito l'esigenza di questa metafora così forte e per noi in questo tempo anche dissonante? Qui c'è in sottofondo il testo di Ef 6,10-17, in cui Paolo svolge diffusamente questa medesima immagine, parlando della battaglia contro il mondo della tenebra, aiutati dall'armatura di Dio, con la cinta della verità, la corazza della giustizia, i calzari dello zelo, lo scudo della fede, l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito. Ora, fra le armi che vengono proposte al cristiano nella suddetta preghiera vi è quello del vero digiuno.
Questa pratica ascetica e penitenziale fa parte delle armi offerte in aiuto nel combattimento contro lo spirito del male. Non, dunque, un cammino di perfezione personale, ma una risposta personale e comunitaria contro l'esperienza del male che sempre ci colpisce e ci isola. Il tempo della Quaresima si offre davanti a noi come un'occasione impegnativa di conversione.
Nella orazione di colletta su cui stiamo riflettendo, utilizzando l'immagine bellica, terribile e forte, c'è però anche la non meno drammatica realtà del male che ognuno di noi può sperimentare. Immaginiamo dunque la preghiera, il digiuno e l'elemosina come le armi principali da ricevere come indispensabile e comune aiuto per affrontare una lotta interiore. Come vivere questo cammino di conversione? Il cuore nella tradizione biblica è la sede delle scelte, luogo del discernimento di pensieri e sentimenti. Ritornare al Signore con tutto il cuore vuol dire verificare la qualità della nostra relazione con Dio in pensieri e sentimenti; riconoscere l'orientamento del nostro cuore che come un navigatore ci indica il percorso da fare. Il Signore ci chiede di vivere un amore sincero, reale, concreto e quindi di verificare le intenzioni con cui agiamo.
Tutto parte dal riconoscere le nostre luci e ombre, le nostre qualità e potenzialità, i nostri peccati, le nostre fragilità. Dopo aver riconosciuto ciò che ci rende schiavi, che non ci permette di vivere autenticamente la nostra vita come persone libere nei nostri affetti e nelle nostre azioni, allora sarà possibile intraprendere un cammino di liberazione facendoci guidare dalla parola di Dio. Il segno delle ceneri richiama la prassi antica del popolo d'Israele che usava la cenere e il cilicio o il sacco come forma penitenziale per mortificare la propria carne, la propria superbia e l'orgoglio.
Il Vangelo di Matteo, nel contesto del grande discorso della montagna, ci offre tre suggerimenti di forme penitenziali con le quali il credente è invitato a convertirsi: l'elemosina, la preghiera e il digiuno. L'attenzione ai poveri con la carità concreta è la prima forma per espiare i peccati, come ricorda Tb 12,9: «L'elemosina salva dalla morte e purifica da ogni peccato. Coloro che fanno l'elemosina godranno lunga vita». Uno dei termini più usati per esprimere questo gesto di carità è «giustizia». È un'opera che rende giustizia al povero e rende giusto chi la pratica, attivando un processo virtuoso di liberazione dal possedere in maniera dispotica.
Una seconda, si tratta molto di più che pronunciare preghiere o formule già stabilite. Si tratta di uno stare al cospetto di Dio per riconoscere in lui il Signore della vita a cui si consegna tutto. La preghiera fatta in segreto non esclude quella comunitaria e pubblica, ma è il modo attraverso il quale si riconosce la signoria di Dio nella nostra vita: lui è il vero protagonista.
La terza pratica è il digiuno. Non si tratta di fare diete forzate, ma di un distacco interiore da ciò che è necessario, in primo luogo del cibo, ma potrebbe essere anche altro. La sapienza antica prevedeva nel digiuno un riequilibrio interiore dalle passioni che sfigurano l'animo umano, aiutandolo ad andare all'essenziale. State attenti, ci chiede il Signore nel vangelo, non solo di praticare queste opere, ma di compierle con riservatezza e nell'umiltà, senza esibizione. Gesù ci ricorda di non ostentare, non dimostrare per ottenere ammirazione, ma vivere una relazione intima, segreta con lui, senza attendere il riconoscimento ufficiale da parte degli altri. L'unica ricompensa da attendere è quella del Padre, che vede nel segreto. Così come la preghiera può essere una “maschera”, un apparire, mentre il Signore ci chiede di entrare nella stanza, cioè nel luogo più intimo e segreto della casa.
Ecco, allora, che l'elemosina, la preghiera e il digiuno sono occasioni per interrogarci sul nostro stile di essere cristiani ogni giorno, non solo nei periodi forti dell'Avvento o della Quaresima. La conversione e la santificazione di ciascuno o di ciascuna di noi è un cammino che impegna tutta la nostra esistenza.


Il 2 febbraio del 1986, quarant'anni fa, nella cattedrale di Avezzano, ci fu l'ordinazione dei primi quattro diaconi permanenti della diocesi dei Marsi (la Chiesa marsicana fu anche tra le prime in Italia): Bruno Butti, Leo De Foglio, Antonio Masci e Valentino Nardone. Il prossimo 16 febbraio, alle 17:30 in cattedrale, il vescovo Giovanni Massaro presiederà una celebrazione eucaristica in occasione del quarantesimo anniversario della presenza del diaconato permanente nella diocesi marsicana.
Accogliamo la testimonianza con il racconto dell'epoca a cura del diacono Antonio Masci (diacono permanente e attuale direttore dell'Ufficio scuola diocesano), che fu tra i primi a ricevere l'ordinazione

«A quarant'anni della prima ordinazione – anche rispetto ad altre diocesi d'Italia in cui non c'erano ancora state - di quattro diaconi permanenti nella diocesi dei Marsi, Bruno Butti, Leo De Foglio, Antonio Masci e Valentino Nardone, e a qualche anno di distanza dalla restaurazione di questo servizio ecclesiale voluto dal concilio Vaticano II, sembra opportuno riandare con la memoria con un breve excursus evidenziando il significato della presenza dei diaconi permanenti nella Chiesa e nel desiderio di rilanciarne il servizio. Con grande gioia, nel 1986, i tre ordinati (si era in quattro ma uno è già stato chiamato alla casa del Padre) ricordano la laboriosa preparazione, la felice ordinazione, le perplessità, con timore e speranze nell'iniziare a compiere il proprio servizio.
Nessuno di noi era a conoscenza della realtà del diaconato permanente quando ci sentimmo proporre direttamente dal vescovo Biagio Terrinoni di diventare diaconi. Le nostre risposte furono di accettazione, ma velate da dubbi ed incertezze di fronte a evidenti difficoltà che divennero sempre più pesanti dopo un primo incontro voluto dal vescovo stesso. In una sala affollata, con tanti probabili chiamati, con le loro famiglie e diversi sacerdoti, il vescovo comunicò che aveva formato una commissione per la nostra preparazione a completamento dei tre anni di studio nell'Istituto di scienze religiose della diocesi. Nell'arco di tre anni la commissione ci incontrò settimanalmente anche per procedere ad un più preciso discernimento della nostra vocazione-chiamata. Superata la fase di studio, collegata con la pratica di simulate celebrazioni liturgiche, la commissione presentò al vescovo i candidati.
L'ordinazione in cattedrale, il 2 febbraio del 1986, fu seguita da numerose persone, prese da curiosità e meraviglia nel vedere quattro padri di famiglia stesi a terra nell'invocazione allo Spirito Santo. Superata l'enfasi di quel giorno non mancò l'entusiasmo degli ordinati per mettersi al servizio dei parroci che chiedevano la loro presenza nella catechesi, nella liturgia e nella carità e restando fedeli agli incontri mensili di adorazione eucaristica e scambio di esperienza. Non è possibile numerare tutti i servizi compiuti dai diaconi permanenti, basti ricordare la presenza nella parrocchia di Aielli in assenza del parroco, il decennio di guida della Caritas diocesana e il servizio di segreteria di due vescovi. Con gli anni si sono aggiunti alla comunità diaconale diocesana altri diaconi permanenti: Enzo Moro, Vincenzo Cipollone, Nazzareno Moroni e, negli ultimi anni, Alberto Marchionni, Paolo Muratore e Giuseppe Monaco. Oggi possiamo dire che la gran parte della comunità ecclesiale conosce e apprezza la presenza dei diaconi permanenti che a loro volta si sentono anche ben inseriti tra il clero della diocesi. L'auspicio è che altri possano arrivare all'ordinazione per mettersi al servizio di tutta la Chiesa diocesana».


All'indomani della giornata mondiale del malato, il prossimo 12 febbraio alle 21:00, nella cappella dell'ospedale civile di Avezzano, l'adorazione eucaristica sarà un particolare segno di vicinanza nella preghiera per tutti i malati.


Mercoledì 11 febbraio, in cattedrale, alle 17:00 la preghiera del santo Rosario e alle 17:30 la celebrazione eucaristica, presieduta dal vescovo Giovanni Massaro, in occasione della giornata mondiale del malato, promossa in diocesi dall'UNITALSI di Avezzano, guidata dalla presidente Maria Teresa Maceroni. A seguire la tradizionale e suggestiva processione con i flambeaux e la statua della Vergine Maria sul piazzale della cattedrale, con la benedizione dei malati. La giornata ricorre nella memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes e riflette quest'anno sul tema: La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell'altro.
Il tema, mettendo al centro la figura evangelica del samaritano che manifesta l'amore prendendosi cura dell'uomo sofferente caduto nelle mani dei ladri, vuole sottolineare questo aspetto dell'amore verso il prossimo: l'amore ha bisogno di gesti concreti di vicinanza, con i quali ci si fa carico della sofferenza altrui, soprattutto di coloro che vivono in una situazione di malattia, spesso in un contesto di fragilità a causa della povertà, dell'isolamento e della solitudine. La giornata mondiale del malato, istituita da san Giovanni Paolo II nel 1992, vuole essere un momento privilegiato di preghiera, di vicinanza e di riflessione per tutta la comunità ecclesiale e per la società civile, chiamata a riconoscere il volto di Cristo nei fratelli e nelle sorelle segnati dalla malattia e dalla fragilità.


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