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Omelia di S.E. Mons. Giovanni Massaro
dalla chiesa cattedrale
per la santa Messa crismale

Carissimi fratelli e sorelle, carissimi presbiteri, diaconi, religiosi e religiose, in questa solenne celebrazione della Messa crismale, nel cuore della nostra Chiesa diocesana riunita nella cattedrale, il mio animo è colmo di gratitudine e di gioia. Gioia profonda per essere pastore di questa Chiesa che il Signore, nella sua misericordia, mi ha affidato. Non è un compito che si possa vivere confidando nelle proprie forze: è grazia, è dono, è mistero di fiducia che supera ogni nostra misura.
Desidero anzitutto ringraziare ciascuno di voi, carissimi sacerdoti, religiosi e diaconi, per la vostra preziosa collaborazione. Rimango sinceramente edificato dalla vostra generosità e dalla vostra fede. Quanto bene ricevo da voi e quante testimonianze davvero edificanti! Abbiamo poco fa celebrato il funerale di don Bruno Innocenzi, che nella sua vita ci ha offerto una testimonianza viva di ciò che significa essere preti secondo il Cuore di Cristo. In questi oltre quattro anni vissuti insieme in diocesi, non mi sono mai sentito solo e ho potuto sperimentare concretamente che la mia forza è stata la grazia di Dio, resa visibile attraverso la vostra vicinanza, carissimi sacerdoti, religiosi e diaconi, nonché quella di tutto il popolo santo di Dio, dal quale mi sento voluto bene. Non camminiamo da soli: siamo Chiesa, siamo corpo, siamo comunione.
Questa celebrazione è tra le più alte e significative dell'anno liturgico. In essa benediciamo gli oli santi – il crisma, l'olio dei catecumeni e l'olio degli infermi –, segni efficaci della grazia di Dio che accompagna tutta la vita cristiana. Ma oggi è anche il giorno in cui noi sacerdoti rinnoviamo le promesse della nostra ordinazione. È un momento di verità, di memoria e di rinnovata consegna: torniamo al nostro «sì» lo purifichiamo, lo rafforziamo, lo affidiamo ancora al Signore.
La parola di Dio che abbiamo ascoltato illumina profondamente questo mistero. Il profeta Isaia annuncia: «Lo Spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione» (Is 61,1). Queste parole trovano il loro compimento in Gesù, come ci ricorda il Vangelo di Luca, quando nella sinagoga di Nazaret egli proclama: «Oggi si è compiuta questa Scrittura» (Lc 4,21). Cristo è l'unto, il consacrato, inviato a portare ai poveri il lieto annuncio, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati. E noi, per grazia, partecipiamo di questa sua unzione. Come ci ricorda l'Apocalisse, Egli «ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre» (Ap 1,6). Tutto nasce da lui, tutto dipende da lui, tutto conduce a lui.
Alla luce di questa parola, risuona con forza il tema del nostro cammino pastorale annuale: Prendi il largo. L'icona evangelica della pesca miracolosa ci invita a non rimanere sulla riva delle nostre sicurezze, ma a fidarci della parola del Signore. È la fede che ci permette di gettare le reti, anche quando la notte sembra sterile.
Credere significa fidarsi di Qualcuno. La fede non è possesso, non è garanzia umana, non è sicurezza costruita da noi: è resa, è consegna, è abbandono. In questo anno francescano, nel quale ricordiamo l'ottavo centenario della morte di san Francesco d'Assisi, non possiamo non guardare a lui come a un testimone luminoso di questa fede intesa come totale consegna a Dio. Francesco ha creduto davvero: si è spogliato di ogni sicurezza per affidarsi unicamente al Signore, vivendo il vangelo sine glossa. La sua vita ci ricorda che solo chi si fida fino in fondo di Dio può essere veramente libero, povero e capace di amare senza misura.
Cari sacerdoti, la nostra identità nasce da qui: da un'appartenenza incondizionata a Dio, fondata sul nostro «sì» alla sua chiamata. È questa fede che garantisce l'efficacia dell'azione sacramentale che compiamo: non siamo noi a salvare, è Cristo che opera in noi e attraverso di noi. Dalla fede scaturisce anche lo stile della nostra vita. Anzitutto la povertà, che è libertà del cuore e amore concreto per i poveri, i piccoli, i bisognosi. Un sacerdote attaccato al denaro o alle comodità smentisce con la vita ciò che annuncia con le labbra.
Poi l'obbedienza, che è un volto essenziale della nostra sequela. È stato recentemente pubblicato un piccolo libretto che raccoglie le omelie della Messa crismale di mons. Bruno Forte dal 2005 al 2026. Nel 2013, anno della fede, così l'arcivescovo di Chieti-Vasto si è rivolto ai suoi sacerdoti: «Se avessimo voluto disporre della nostra esistenza a nostro piacimento, non avremmo promesso filiale rispetto e obbedienza al vescovo, segno di Cristo pastore. Sono gli occhi della fede che ci fanno leggere la voce del Signore nelle chiamate che dal vescovo ci vengono. Ogni resistenza ad esse sono una triste mancanza di fede. Prego – concludeva mons. Forte – perché nessuno di noi cada in questa trappola diabolica della presunzione di capire la volontà di Dio meglio di chi lui ha preposto ad indicarcela e supplico chiunque di noi fosse chiamato a fare un passo di distacco e di obbedienza al vescovo di non aver paura e di fidarsi del Signore perché obbedire è ob-audire, ascoltare ciò che è oltre riconoscendo nella voce del vescovo, la voce stessa di Dio che ci ama e ci chiama».
Infine, il celibato, che è segno di una dedizione totale e indivisa. Non è mancanza di amore, ma pienezza di amore: non amare qualcuno in modo esclusivo, per amare tutti in Dio e condurre tutti a lui. È una forma alta di carità, che solo la fede rende possibile e feconda.
E proprio la fede genera la fraternità. In una recente conferenza tenuta in diocesi, padre Francesco Occhetta ci ha ricordato la differenza tra fraternità e fratellanza: la fraternità nasce dal riconoscerci figli dello stesso Padre; la fratellanza si riduce a semplice alleanza tra soci, pronti soprattutto a coalizzarsi quando c'è un nemico comune da combattere. E queste dinamiche – ha affermato Padre Occhetta – sono purtroppo presenti anche nella Chiesa. Senza fede non c'è vera fraternità. Solo se ci riconosciamo figli, possiamo vivere da fratelli. Non dobbiamo aver paura di vivere da fratelli, di volerci bene. È la testimonianza più bella che possiamo offrire al mondo di oggi.
In questo orizzonte desidero richiamare con gratitudine le assemblee sinodali foraniali che hanno segnato il nostro cammino quaresimale e che sono state esperienze di fraternità, partecipate, ricche di ascolto e di condivisione. Nei gruppi di lavoro sono maturate riflessioni profonde: autentici semi di speranza. In quei momenti lo Spirito Santo ha parlato attraverso la voce del popolo di Dio. Custodiamo questi germogli con cura, perché possano crescere e portare frutto nelle nostre comunità. Non lasciamo che vadano dispersi: sono una chiamata alla corresponsabilità e al rinnovamento. Creiamo occasioni, opportunità per dare voce al popolo di Dio.
Carissimi, mentre tra poco rinnoveremo le nostre promesse sacerdotali e benediremo gli oli santi, chiediamo al Signore di ravvivare in noi il dono ricevuto. Torniamo alla sorgente della nostra vocazione. Lasciamoci nuovamente ungere dallo Spirito, perché possiamo essere segni credibili della sua presenza.
Maria Santissima, Madre dei sacerdoti, ci accompagni e ci custodisca.
Amen.

Omelia di S.E. Mons. Giovanni Massaro
dalla chiesa cattedrale
in occasione delle esequie di don Bruno Innocenzi

Desidero porgere a nome di tutta la Chiesa dei Marsi alla sorella di don Bruno, ai nipoti e ai familiari le sentite condoglianze e assicurare la vicinanza nella preghiera anche di tanti impossibilitati ad essere qui presenti.
La liturgia del mercoledì santo ci introduce nel cuore del mistero pasquale, mentre la Chiesa contempla il servo del Signore, mite e fedele, che offre la propria vita con fiducia totale nel Padre: «Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso» (Is 50,7). E nel vangelo vediamo il dramma del tradimento, ma anche la libertà sovrana di Cristo, che si consegna per amore.
In questo giorno così denso di significato, accompagniamo alla casa del Padre il nostro caro don Bruno Innocenzi. Non è casuale che il suo commiato terreno avvenga proprio oggi, a poche ore dalla Messa crismale: quella celebrazione in cui noi sacerdoti rinnoviamo le promesse della nostra ordinazione. È come se il Signore volesse porre la sua vita, il suo ministero, davanti ai nostri occhi come una testimonianza viva di ciò che significa essere preti secondo il cuore di Cristo.
Don Bruno è stato, prima di tutto, un uomo innamorato di Cristo. La sua era una fede profonda, radicata nella preghiera, nutrita da una intelligenza viva e da una solida preparazione teologica e umana. Ma ciò che più colpiva non era solo ciò che sapeva, bensì come viveva: con semplicità, con mitezza, con una bontà che si faceva prossimità concreta.
Era un uomo di pace e di comunione. Mai una parola offensiva usciva dalle sue labbra. Era, potremmo dire, un gentiluomo prima ancora che sacerdote, e proprio per questo un sacerdote autentico. In lui si percepiva quella delicatezza evangelica che nasce da un cuore abitato da Dio. Molti di voi lo ricordano come padre, direttore spirituale, confessore. Quanti hanno trovato in lui ascolto, consiglio, consolazione! Aveva un'attenzione speciale verso i confratelli sacerdoti, che amava con discrezione e fedeltà. E insieme una grande apertura verso tutti: consacrati e fedeli laici, poveri e ammalati, persone semplici e persone colte. Spesso prestava il suo servizio con grande generosità presso la mensa della Caritas.
Questa partecipazione così numerosa di sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose, sindaci e fedeli laici è segno tangibile di quanto don Bruno fosse amato. Davvero si muore come si è vissuti. E don Bruno ha vissuto sempre circondato da tante persone che ha amato. Il suo ministero è stato ricco e variegato: da Ovindoli e Rovere a Carsoli, da Tagliacozzo ad Antrosano, fino al servizio in questa cattedrale. Ovunque ha lasciato il segno di una presenza buona, attenta anche a realtà particolari come la pastorale del turismo, vissuta con intelligenza e dedizione. Non dimentichiamo la sua responsabilità nel settore della cultura e nei convegni ecclesiali: ambiti in cui ha saputo coniugare fede e pensiero, Vangelo e vita.
Era profondamente legato al magistero di Paolo VI, che ammirava e studiava con passione. E da quella scuola aveva appreso uno stile fatto di amore alla Chiesa, senso del dovere e obbedienza. Un'obbedienza vera, vissuta anche quando gli venivano affidati compiti difficili e scomodi.
Per me, come vescovo, don Bruno è stato una presenza edificante. Il dialogo con lui era sempre ricco, sereno, illuminante. Sapeva unire profondità e semplicità, e i suoi consigli erano preziosi perché nascevano da un cuore libero e da una mente sapiente. Negli ultimi anni ha conosciuto la prova della malattia. L'ha vissuta con dignità, senza lamentarsi, con quella discrezione che lo ha sempre contraddistinto. Soffriva, piuttosto, per non poter fare di più, per non poter donare tutto ciò che avrebbe voluto. Anche in questo è stato sacerdote fino in fondo: offrendo se stesso, unito a Cristo.
Desidero esprimere, a nome mio personale e di tutta la Chiesa diocesana, una parola di sincera e profonda gratitudine alla sorella, ai nipoti e a tutti i familiari di don Bruno. Sappiamo quanto fosse legato a voi da affetti veri, discreti ma profondi, e quanto la vostra presenza gli sia stata di conforto, soprattutto nel tempo della malattia e della prova. La vostra vicinanza, premurosa e fedele, è stata per lui un dono grande, un segno concreto di quell'amore che egli stesso ha sempre donato agli altri.
Grazie per averlo accompagnato con cura e dedizione, e anche – permettetemi di dirlo – per averlo donato alla Chiesa: il bene che ha compiuto nasce anche da ciò che ha ricevuto nella sua famiglia. Il Signore, che vede nel segreto, vi colmi della sua consolazione e vi sostenga nella speranza.
Carissimi, oggi non celebriamo solo un addio, ma un compimento. La vita di don Bruno è stata come il servo del Signore descritto da Isaia: uno che ha saputo ascoltare, che ha sostenuto lo sfiduciato con una parola, che non si è tirato indietro davanti alle difficoltà, perché confidava nel Signore. E mentre il vangelo ci parla del tradimento di Giuda, noi vediamo in don Bruno il contrario: la fedeltà silenziosa, quotidiana, perseverante. Una fedeltà che non fa rumore, ma costruisce la Chiesa.
Tra poco, in questa stessa cattedrale, celebreremo la Messa crismale. E allora il suo passaggio al Padre diventa per tutti noi, sacerdoti, una chiamata forte: a rinnovare con verità il nostro “sì”, a vivere il ministero non come un ruolo, ma come dono totale.
Affidiamo don Bruno al Signore, che egli ha amato e servito con tutto il cuore. E chiediamo che ora possa contemplare quel volto che ha cercato nella preghiera, che ha annunciato nella predicazione, che ha incontrato nei fratelli. Don Bruno che amava le montagne ha raggiunto ora la cima più alta per camminare sempre tra i monti di Dio. E a noi, il suo ricordo lasci un'eredità viva: quella di una fede semplice e profonda, di una carità concreta, di una vita spesa per gli altri.
Riposa in pace, caro don Bruno. E dal cielo continua a pregare per la tua Chiesa, per i tuoi sacerdoti, per tutti noi.
Amen.

Omelia di S.E. Mons. Giovanni Massaro
dalla chiesa cattedrale
per il mercoledì delle ceneri

Una comunità che prende il largo è una comunità che disarma le parole e costruisce comunione

Carissimi fratelli e sorelle, con l'imposizione delle ceneri iniziamo il cammino quaresimale. È un gesto umile, ma carico di verità: ci ricorda che siamo fragili, che siamo polvere, e che proprio questa nostra povertà è il luogo in cui Dio viene a visitarci con la sua misericordia. Siamo polvere ma polvere amata da Dio.
La parola di Dio ci consegna la direzione di questo cammino. Il profeta Gioele ci ha rivolto un appello accorato: «Ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Non un ritorno superficiale, non un'aggiustatura esteriore, ma un ritorno che tocca le profondità: «Laceratevi il cuore e non le vesti». È un invito personale, ma anche comunitario: il profeta convoca anziani, bambini, sposi. Tutto il popolo è chiamato alla conversione.
In questo orizzonte si colloca anche il messaggio che il santo padre, papa Leone XIV, ci ha consegnato per questa Quaresima. Egli ci ricorda che questo è il tempo in cui rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, lasciandoci raggiungere dalla sua parola. Ma questa sera, come vescovo, sento il dovere e la gioia di intrecciare la parola di Dio e il messaggio del papa con il cammino che stiamo vivendo come Chiesa dei Marsi. Nel messaggio che ho consegnato alla comunità diocesana per questa Quaresima, ho ripreso l'icona biblica che ci accompagna in questo anno pastorale: il brano della chiamata dei primi discepoli sulle rive del lago (Lc 5,1-11).
Gesù sale sulla barca di Simone e, dopo una notte di fatica e di reti vuote, gli dice: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». È una parola che sorprende. Pietro potrebbe chiudersi nella delusione; invece risponde: «Sulla tua parola getterò le reti».
Fratelli e sorelle, la Quaresima è proprio questo: lasciar salire Gesù sulla nostra barca, nella concretezza delle nostre stanchezze, delle nostre notti infruttuose, delle nostre fatiche pastorali. Chiamati al largo, titolo del messaggio quaresimale, non è uno slogan, ma una vocazione.
Prendere il largo significa uscire dalla riva delle abitudini, non lasciarci paralizzare dalle delusioni, rinnovare la fiducia nella parola del Signore, riscoprirci comunità missionaria. Non siamo una Chiesa chiamata a ripiegarsi, ma a fidarsi.
La seconda lettura, tratta dalla seconda lettera ai Corinzi, ci ha fatto ascoltare parole ardenti: «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20). È Dio che prende l'iniziativa. È lui che, in Cristo, si fa vicino, si fa peccato per noi, perché noi diventiamo giustizia di Dio. La Quaresima non è anzitutto lo sforzo dell'uomo che sale verso Dio, ma l'accoglienza di un Dio che scende verso di noi. E l'apostolo insiste: «Ecco ora il momento favorevole». Non domani. Ora.
Prendere il largo, allora, significa anzitutto lasciarsi riconciliare. Senza questa esperienza di misericordia, ogni slancio missionario sarebbe solo organizzazione. La missione nasce da un cuore riconciliato.
Il Vangelo di Matteo ci consegna i tre pilastri del cammino quaresimale: elemosina, preghiera e digiuno. Gesù non li mette in discussione; mette in discussione il modo. «Quando fai l'elemosina… quando preghi… quando digiuni…» – non per essere visti, ma nel segreto, davanti al Padre che vede nel segreto. Nel mio messaggio ho indicato tre scelte concrete per questa Quaresima: preghiera, discernimento e ascolto. Esse si intrecciano profondamente con il vangelo di oggi.
La preghiera è il primo gesto di chi prende il largo. È rimanere con Gesù sulla barca. Senza la centralità dell'Eucaristia domenicale, senza tempi di adorazione, senza la lectio divina personale e comunitaria, senza la preghiera in famiglia, le nostre reti restano vuote. La preghiera dilata il cuore, ci restituisce l'essenziale, ci libera dall'ansia dei risultati. Il discernimento è l'atto di fiducia di Pietro: «Sulla tua parola…». Dopo una notte fallimentare, non si affida alle proprie strategie, ma alla parola del Signore. Anche noi, come diocesi, siamo chiamati a chiederci: quali reti siamo chiamati a gettare oggi? Quali scelte pastorali richiedono coraggio? Quali appesantimenti dobbiamo lasciare?
Qui si inserisce il senso autentico del digiuno, così come lo ha richiamato il papa: digiunare dalle parole che feriscono. In un tempo in cui il linguaggio è spesso violento, tagliente, divisivo – nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nei social, nel dibattito pubblico – siamo chiamati a disarmare le parole. Rinunciare al giudizio immediato, alla maldicenza, alla calunnia. Questo è un digiuno che può cambiare il clima delle nostre comunità. Una Chiesa che prende il largo è una Chiesa che disarma le parole e costruisce comunione. Pensiamo che grande testimonianza sarebbe, per la nostra Chiesa diocesana, vivere una Quaresima in cui diminuiscono le parole dure e crescono quelle di speranza; in cui si ascolta di più e si parla con maggiore carità; in cui il grido di chi soffre trova spazio e non resta senza risposta.
Da qui l'importanza dell'ascolto. Il santo padre ci ha ricordato che la disponibilità ad ascoltare è il primo segno di una relazione autentica. Dio ascolta il grido del suo popolo; e noi, ascoltando la Parola, impariamo ad ascoltare il grido dei poveri, di chi soffre, di chi è escluso.
Durante la Quaresima vivremo le assemblee sinodali foraniali con le quali vogliamo esercitarci proprio in questo: un ascolto vero, non formale; un dialogo che non sia strategia, ma disponibilità a lasciarci cambiare. La conversione non riguarda solo la coscienza del singolo, ma anche lo stile delle nostre relazioni, la qualità del nostro camminare insieme.Il vangelo che ispira il nostro anno pastorale si conclude con una decisione radicale: «Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono». Non basta assistere al miracolo della pesca abbondante; occorre scegliere la sequela.
Fratelli e sorelle della Chiesa dei Marsi, questa Quaresima è il nostro momento favorevole. È il tempo per rinnovare la fede e la missione. È il tempo per non restare sulla riva, ma per prendere il largo. Non rimandiamo. Non rendiamo vana la grazia di Dio.
Chiediamo al Signore la grazia di un cuore che ascolta, di un digiuno che purifica, di una preghiera che sostiene, di un discernimento che orienta. E chiediamo il coraggio di fidarci: «Sulla tua parola getterò le reti». Il Signore Gesù, che sale sulla nostra barca, ci accompagni verso la Pasqua. E Maria santissima, Madre della Chiesa, sostenga il nostro cammino.
Amen.

+ Giovanni Massaro
Vescovo di Avezzano

Omelia di S.E. Mons. Giovanni Massaro
dalla chiesa parrocchiale di Villa San Sebatiano
in occasione delle esequie di don Aldo Antonelli

Un prete in mezzo alla sua gente

Carissimi, ci ritroviamo oggi pomeriggio attorno all'altare del Signore con il cuore colmo di gratitudine e di dolore. Gratitudine per il dono che è stato per noi don Aldo; dolore per il distacco che ci fa sentire più poveri. Ma la parola di Dio che abbiamo ascoltato illumina questo momento e, direi, racconta in profondità anche la sua vita.
Il profeta Geremia ci ha consegnato parole forti: «Maledetto l'uomo che confida nell'uomo… Benedetto l'uomo che confida nel Signore» (Ger 17,5-10). Don Aldo è stato un uomo che non ha confidato nei privilegi, nei riconoscimenti, nelle sicurezze umane. Ha scelto, con decisione, di confidare nel Signore e di piantare la sua vita lungo il corso dell'acqua viva del Vangelo. Come l'albero di cui parla il profeta, ha attraversato stagioni difficili, incomprensioni, solitudini. Ma non ha smesso di portare frutto.
La sua parola era sferzante, sì. Non accarezzava le coscienze per addormentarle. Ma era una parola per il bene. Come è stato scritto di lui, la sua scrittura «non ci lascia riposare sui divani del "si è sempre fatto così" o nelle cattedrali incensate di una religione ridotta a cerimonialismo liturgico». Le sue provocazioni erano una terapia d'urto. E quanto bisogno abbiamo, fratelli e sorelle, di una fede che non si riduca a cerimonia, ma diventi vita!
Nel vangelo abbiamo ascoltato la parabola del ricco e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31). È una pagina che sembra scritta per lui e che lui avrebbe commentato senza sconti. Il ricco non è condannato perché cattivo in modo eclatante, ma perché indifferente. Vive nel lusso mentre alla sua porta giace un povero che non vede, che non riconosce. Don Aldo ha passato la sua vita a indicarci quel Lazzaro. A dirci: guardatelo. Non potete celebrare l'Eucaristia e poi ignorare il fratello ferito. Lo scriveva con parole che non lasciano equivoci: «È facile adorare il Cristo presente nell'ostia della Messa. Ma a che serve se non si riconosce la presenza di Cristo nei fratelli abbandonati e vittime della povertà ingiusta della nostra società?». Era la sua coerenza. Era il suo tormento. Era la sua fedeltà al vangelo.
Mi ha colpito molto, nell'ultimo incontro con lui, mercoledì scorso, all'hospice San Luca di Roma. Era lucidissimo. Abbiamo parlato a lungo. Mi ha raccontato i suoi inizi come viceparroco in cattedrale, poi il trasferimento a Poggio Filippo e quindi ad Antrosano, dove ha speso tanti anni della sua vita. Mi ha detto con semplicità: «Sono sempre stato vicino alla gente e la gente mi ha voluto bene». Quando gli proposero una sistemazione più comoda ad Avezzano, preferì restare nella canonica di Poggio Filippo, in condizioni più precarie, pur di stare in mezzo alla sua gente. Non su un piedistallo. Non distante. In mezzo.
In uno dei suoi scritti racconta di quando si fermò all'ultimo banco della sua parrocchia, per vivere la Messa da semplice fedele. E scrive parole che sono quasi il suo testamento spirituale: riscoprire la doppia cittadinanza, sentirsi al contempo padre e figlio, insegnante e alunno, prete e laico, credente ed ateo. «È una sfida», concludeva: «Provateci».
Don Aldo ci ha provato davvero. È stato parroco e parrocchiano, predicatore e ascoltatore, guida e compagno di strada anche di tanti che si dicevano non credenti. Non ha mai smesso di imparare. Non ha mai smesso di lasciarsi interrogare. Anche la sua partecipazione ai tanti convegni sui temi della pace, della giustizia, della solidarietà non era per protagonismo. Diceva: «Partecipo non per piacere ma per dovere». Sentiva la responsabilità di un cristianesimo vigile, informato, impegnato.
Alla luce del vangelo di oggi, possiamo dire che ha scelto la parte di Lazzaro, non quella del ricco. Ha condiviso la precarietà, ha abitato le periferie, ha difeso i diritti, soprattutto dei più poveri. È stato una presenza talvolta scomoda. E sì, ci mancherà anche questo: qualcuno che, con libertà evangelica, ci richiama alla coerenza. Ma oggi la Parola ci dice anche qualcosa di decisivo: tra il ricco e Lazzaro, dopo la morte, la situazione si rovescia. Non è l'ultima parola l'ingiustizia. Non è l'ultima parola l'incomprensione. L'ultima parola è di Dio, che conosce il cuore, come ci ha ricordato Geremia: «Il Signore scruta la mente e saggia i cuori per dare a ciascuno secondo la sua condotta, secondo il frutto delle sue azioni».
Noi affidiamo don Aldo a questo Dio che scruta il cuore. Un Dio che vede le fatiche nascoste, le notti insonni, le battaglie combattute per amore della verità e dei poveri. Un Dio che non si lascia ingannare dalle apparenze, ma guarda la fedeltà.
Se oggi vogliamo davvero onorarlo, non bastano le parole di elogio. Il modo più vero per dirgli grazie sarà raccogliere la sua provocazione. Non adagiarci nei «si è sempre fatto così». Non ridurre la fede a ritualismo. Non passare accanto ai Lazzaro del nostro tempo senza fermarci. Don Aldo, ora che contempli il volto di quel Cristo che hai cercato nell'Eucaristia e nei poveri, intercedi per la tua Chiesa. Perché sia più libera, più povera, più vera. E aiutaci ad accettare la sfida che ci hai lanciato: quella di vivere con questa doppia cittadinanza, con i piedi tra la gente e il cuore radicato in Dio.
Amen.

Omelia di S.E. Mons. Giovanni Massaro
dalla chiesa cattedrale
giubileo diocesano dei cori parrocchiali

Cari fratelli e sorelle, cari coristi, cari amici, dopo il nostro pellegrinaggio dalla chiesa di San Rocco, eccoci giunti nella casa madre della nostra Chiesa diocesana: la cattedrale di Avezzano. Oggi celebriamo con gioia il giubileo dei cori parrocchiali, un momento di grazia e di riconoscenza per il dono che ciascuno di voi, con la vostra voce e il vostro servizio, offre alla liturgia e alla vita della Chiesa. Grazie per essere qui. Siete giunti dai diversi paesi della diocesi. Ringrazio don Andrea e l’equipe della sezione musica sacra dell’ufficio liturgico diocesano per aver voluto e organizzato questo momento importante di vita diocesana.
Il nostro ritrovarci insieme si inserisce nel cammino del giubileo della speranza che stiamo vivendo come Chiesa universale. Siamo anche noi pellegrini di speranza, e lo siamo in modo speciale cantando, elevando la nostra voce a Dio con gratitudine, con fede, con bellezza.
Le letture della liturgia di questa ventottesima domenica ci introducono proprio nel cuore della nostra celebrazione: il ringraziamento.
Nella prima lettura, il generale Naamàn, guarito dalla lebbra, ritorna dal profeta Eliseo e offre doni in segno di riconoscenza. Non solo è guarito nel corpo, ma anche nello spirito: riconosce che non c'è altro Dio all'infuori del Signore di Israele. È un pagano che si converte, ed è la gratitudine il primo segno della sua fede.
Nel Vangelo di Luca solo uno dei dieci lebbrosi guariti – un samaritano, quindi un estraneo – torna indietro per ringraziare Gesù. Gesù nota la cosa con amarezza: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono?». Quel samaritano, tornando a ringraziare, fa un passo ulteriore: da guarito diventa salvato. La gratitudine lo conduce a una relazione più profonda con Dio.
Anche per voi, cari coristi, il canto è un modo per dire grazie. Ogni vostra nota, ogni vostra armonia, ogni fatica condivisa nelle prove e nel servizio è un «grazie» offerto a Dio, un «grazie» che si fa preghiera, supplica, esultanza.
Siamo qui oggi per ringraziarvi, coristi delle nostre comunità parrocchiali, per il servizio liturgico che svolgete con passione e dedizione. Ma anche per ricordarvi, con affetto paterno, che il canto nella liturgia non è un ornamento, né uno spettacolo per pochi: è parte integrante della celebrazione.
Il concilio Vaticano II, nella Sacrosanctum concilium, ci ricorda che il canto sacro ha come scopo quello di coinvolgere l’assemblea, di elevare il cuore di tutti a Dio, di rendere la liturgia più viva e partecipata. Voi siete servitori del canto dell’assemblea, e non protagonisti. Ma proprio in questa discrezione si nasconde la vostra grandezza.
Siate sempre ponte, non schermo. Siate guida, non barriera. Siate cuori che cantano con il popolo di Dio, non sopra il popolo. Ricordatevi che la più bella armonia si realizza quando tutta l’assemblea canta, anche se con voci imperfette. Il vostro ruolo è aiutare questa sinfonia di fede e di speranza.
Il giubileo che stiamo vivendo ci invita a essere seminatori e pellegrini di speranza. Ma che cosa significa, concretamente, per voi?
Significa essere cori che aprono cammini, non che li chiudono. Cori che si mettono in cammino, che si lasciano formare, che si rinnovano. Significa non accontentarsi del «si è sempre fatto così», ma cercare la bellezza che viene dallo Spirito, la fedeltà alla liturgia della Chiesa, la comunione con il resto dell’assemblea.
Essere pellegrini di speranza, per voi, vuol dire anche portare il canto fuori dalle mura del coro: nelle case, nelle strade, nei momenti di festa, nei luoghi di dolore. Il canto sa consolare, sa unire, sa evangelizzare. Voi, con il vostro servizio, potete essere voce della speranza per chi ha smesso di cantare, per chi è scoraggiato, per chi non trova più parole di lode.
Nella seconda lettura, san Paolo ci invita: «Ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti». Questo è il cuore di tutto: non cantiamo per noi, ma per lui. Non lodiamo per un gusto estetico, ma perché Cristo è risorto e ci ha salvati. Il nostro canto nasce dalla memoria viva della Pasqua.
E quando, come dice Paolo, siamo stanchi, afflitti, o persino infedeli, possiamo ricordare che lui rimane fedele. E questo ci basta per continuare a cantare. Anche nei giorni difficili, anche quando le assemblee sono stanche o le voci calano: la speranza ci spinge a non smettere di lodare Dio.
Cari fratelli e sorelle, cari cori parrocchiali, grazie per il vostro servizio, per il vostro impegno, per il vostro cuore. Continuate a camminare come pellegrini cantori di speranza.
Che la Vergine Maria, la Madre che ha cantato il Magnificat, vi accompagni sempre. E che il Signore vi dia voce, forza, gioia, perché possiate far cantare il popolo di Dio e accompagnarlo nella lode del suo nome. Amen.

 

 

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