Omelia di S.E. Mons. Giovanni Massaro
dalla chiesa cattedrale
per la santa Messa crismale
Carissimi fratelli e sorelle, carissimi presbiteri, diaconi, religiosi e religiose, in questa solenne celebrazione della Messa crismale, nel cuore della nostra Chiesa diocesana riunita nella cattedrale, il mio animo è colmo di gratitudine e di gioia. Gioia profonda per essere pastore di questa Chiesa che il Signore, nella sua misericordia, mi ha affidato. Non è un compito che si possa vivere confidando nelle proprie forze: è grazia, è dono, è mistero di fiducia che supera ogni nostra misura.
Desidero anzitutto ringraziare ciascuno di voi, carissimi sacerdoti, religiosi e diaconi, per la vostra preziosa collaborazione. Rimango sinceramente edificato dalla vostra generosità e dalla vostra fede. Quanto bene ricevo da voi e quante testimonianze davvero edificanti! Abbiamo poco fa celebrato il funerale di don Bruno Innocenzi, che nella sua vita ci ha offerto una testimonianza viva di ciò che significa essere preti secondo il Cuore di Cristo. In questi oltre quattro anni vissuti insieme in diocesi, non mi sono mai sentito solo e ho potuto sperimentare concretamente che la mia forza è stata la grazia di Dio, resa visibile attraverso la vostra vicinanza, carissimi sacerdoti, religiosi e diaconi, nonché quella di tutto il popolo santo di Dio, dal quale mi sento voluto bene. Non camminiamo da soli: siamo Chiesa, siamo corpo, siamo comunione.
Questa celebrazione è tra le più alte e significative dell'anno liturgico. In essa benediciamo gli oli santi – il crisma, l'olio dei catecumeni e l'olio degli infermi –, segni efficaci della grazia di Dio che accompagna tutta la vita cristiana. Ma oggi è anche il giorno in cui noi sacerdoti rinnoviamo le promesse della nostra ordinazione. È un momento di verità, di memoria e di rinnovata consegna: torniamo al nostro «sì» lo purifichiamo, lo rafforziamo, lo affidiamo ancora al Signore.
La parola di Dio che abbiamo ascoltato illumina profondamente questo mistero. Il profeta Isaia annuncia: «Lo Spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione» (Is 61,1). Queste parole trovano il loro compimento in Gesù, come ci ricorda il Vangelo di Luca, quando nella sinagoga di Nazaret egli proclama: «Oggi si è compiuta questa Scrittura» (Lc 4,21). Cristo è l'unto, il consacrato, inviato a portare ai poveri il lieto annuncio, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati. E noi, per grazia, partecipiamo di questa sua unzione. Come ci ricorda l'Apocalisse, Egli «ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre» (Ap 1,6). Tutto nasce da lui, tutto dipende da lui, tutto conduce a lui.
Alla luce di questa parola, risuona con forza il tema del nostro cammino pastorale annuale: Prendi il largo. L'icona evangelica della pesca miracolosa ci invita a non rimanere sulla riva delle nostre sicurezze, ma a fidarci della parola del Signore. È la fede che ci permette di gettare le reti, anche quando la notte sembra sterile.
Credere significa fidarsi di Qualcuno. La fede non è possesso, non è garanzia umana, non è sicurezza costruita da noi: è resa, è consegna, è abbandono. In questo anno francescano, nel quale ricordiamo l'ottavo centenario della morte di san Francesco d'Assisi, non possiamo non guardare a lui come a un testimone luminoso di questa fede intesa come totale consegna a Dio. Francesco ha creduto davvero: si è spogliato di ogni sicurezza per affidarsi unicamente al Signore, vivendo il vangelo sine glossa. La sua vita ci ricorda che solo chi si fida fino in fondo di Dio può essere veramente libero, povero e capace di amare senza misura.
Cari sacerdoti, la nostra identità nasce da qui: da un'appartenenza incondizionata a Dio, fondata sul nostro «sì» alla sua chiamata. È questa fede che garantisce l'efficacia dell'azione sacramentale che compiamo: non siamo noi a salvare, è Cristo che opera in noi e attraverso di noi. Dalla fede scaturisce anche lo stile della nostra vita. Anzitutto la povertà, che è libertà del cuore e amore concreto per i poveri, i piccoli, i bisognosi. Un sacerdote attaccato al denaro o alle comodità smentisce con la vita ciò che annuncia con le labbra.
Poi l'obbedienza, che è un volto essenziale della nostra sequela. È stato recentemente pubblicato un piccolo libretto che raccoglie le omelie della Messa crismale di mons. Bruno Forte dal 2005 al 2026. Nel 2013, anno della fede, così l'arcivescovo di Chieti-Vasto si è rivolto ai suoi sacerdoti: «Se avessimo voluto disporre della nostra esistenza a nostro piacimento, non avremmo promesso filiale rispetto e obbedienza al vescovo, segno di Cristo pastore. Sono gli occhi della fede che ci fanno leggere la voce del Signore nelle chiamate che dal vescovo ci vengono. Ogni resistenza ad esse sono una triste mancanza di fede. Prego – concludeva mons. Forte – perché nessuno di noi cada in questa trappola diabolica della presunzione di capire la volontà di Dio meglio di chi lui ha preposto ad indicarcela e supplico chiunque di noi fosse chiamato a fare un passo di distacco e di obbedienza al vescovo di non aver paura e di fidarsi del Signore perché obbedire è ob-audire, ascoltare ciò che è oltre riconoscendo nella voce del vescovo, la voce stessa di Dio che ci ama e ci chiama».
Infine, il celibato, che è segno di una dedizione totale e indivisa. Non è mancanza di amore, ma pienezza di amore: non amare qualcuno in modo esclusivo, per amare tutti in Dio e condurre tutti a lui. È una forma alta di carità, che solo la fede rende possibile e feconda.
E proprio la fede genera la fraternità. In una recente conferenza tenuta in diocesi, padre Francesco Occhetta ci ha ricordato la differenza tra fraternità e fratellanza: la fraternità nasce dal riconoscerci figli dello stesso Padre; la fratellanza si riduce a semplice alleanza tra soci, pronti soprattutto a coalizzarsi quando c'è un nemico comune da combattere. E queste dinamiche – ha affermato Padre Occhetta – sono purtroppo presenti anche nella Chiesa. Senza fede non c'è vera fraternità. Solo se ci riconosciamo figli, possiamo vivere da fratelli. Non dobbiamo aver paura di vivere da fratelli, di volerci bene. È la testimonianza più bella che possiamo offrire al mondo di oggi.
In questo orizzonte desidero richiamare con gratitudine le assemblee sinodali foraniali che hanno segnato il nostro cammino quaresimale e che sono state esperienze di fraternità, partecipate, ricche di ascolto e di condivisione. Nei gruppi di lavoro sono maturate riflessioni profonde: autentici semi di speranza. In quei momenti lo Spirito Santo ha parlato attraverso la voce del popolo di Dio. Custodiamo questi germogli con cura, perché possano crescere e portare frutto nelle nostre comunità. Non lasciamo che vadano dispersi: sono una chiamata alla corresponsabilità e al rinnovamento. Creiamo occasioni, opportunità per dare voce al popolo di Dio.
Carissimi, mentre tra poco rinnoveremo le nostre promesse sacerdotali e benediremo gli oli santi, chiediamo al Signore di ravvivare in noi il dono ricevuto. Torniamo alla sorgente della nostra vocazione. Lasciamoci nuovamente ungere dallo Spirito, perché possiamo essere segni credibili della sua presenza.
Maria Santissima, Madre dei sacerdoti, ci accompagni e ci custodisca.
Amen.






