Omelia di S.E. Mons. Giovanni Massaro
dalla chiesa cattedrale
in occasione delle esequie di don Paolo Tornambè
Un seme di bene che continua a portare frutto
Carissimi fratelli e sorelle, ci ritroviamo in questa nostra cattedrale con il cuore segnato dalla tristezza per la morte del nostro fratello sacerdote don Paolo Tornambè, ma illuminato dalla speranza che nasce dalla fede nel Signore Gesù, morto e risorto.
La liturgia di questa domenica ci offre una parola che ci aiuta a vivere questo momento. È una parola che parla della pazienza di Dio, della sua misericordia e della certezza che il bene, anche quando appare piccolo e nascosto, non va mai perduto.
Nel vangelo (Mt 13,24-43) abbiamo ascoltato la parabola del grano e della zizzania. Gli uomini vorrebbero strappare subito ciò che appare cattivo, eliminare ciò che disturba, trovare risposte immediate al mistero del dolore e della morte. Dio, invece, guarda con uno sguardo diverso. Egli sa attendere, custodisce il grano e conduce ogni cosa al suo compimento.
Anche la vita di don Paolo è stata attraversata dalla prova. Da anni conviveva con la malattia di Parkinson, una malattia che lentamente limita le forze, ma che non è riuscita a spegnere il desiderio di vivere che portava nel cuore. Non si è mai arreso. Ha continuato a guardare avanti con speranza, affrontando ogni giorno con dignità e con quella serenità che nasce da una fede profonda.
Nei primi tempi del mio ministero episcopale ho avuto la grazia di trascorrere molto tempo con lui. Avendo scelto di abitare presso il seminario vescovile, ci incontravamo ogni giorno a pranzo e a cena. Quelle conversazioni semplici sono diventate per me un'occasione preziosa per conoscere un sacerdote colto, riflessivo, amante della sacra Scrittura, sempre desideroso di leggere, di approfondire, di comprendere meglio la parola di Dio per poterla annunciare con autenticità.
Anche quando la malattia lo costringeva sempre più al silenzio e alla fragilità, rimaneva in lui quella docilità che ha caratterizzato tutta la sua vita sacerdotale. Era un uomo obbediente, mai polemico, capace di affidarsi alla Chiesa e ai suoi pastori con quella libertà interiore che nasce dall'umiltà.
Avevo concordato di andarlo ad incontrare mercoledì prossimo a Lanciano, dove era ospite della RSA. Il Signore, invece, lo ha chiamato prima. I nostri programmi si interrompono; quelli di Dio si compiono sempre nel tempo giusto. Oggi comprendiamo ancora una volta che ogni incontro rimandato sulla terra può trasformarsi nell'incontro definitivo con il Padre.
Ripercorrendo la sua storia sacerdotale, vediamo un ministero ricco e variegato. Nato a Canicattì, formato a Roma, ordinato presbitero nel 1983, ha speso la sua vita accanto ai poveri, agli emarginati, ai migranti, ai tanti che cercavano ascolto e consolazione. Psicologo e sacerdote, univa competenza umana e profondità spirituale.
Ha servito la Chiesa sulle navi della fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana, nella missione di Londra e poi nelle nostre comunità della diocesi dei Marsi: Villa San Sebastiano, Scanzano, Sante Marie, Gallo, Casali d'Aschi, Tubione e, negli ultimi anni, nella parrocchia di San Giovanni ad Avezzano. Ovunque ha lasciato il ricordo di un sacerdote intelligente, preparato, capace di parlare del vangelo con semplicità, spesso stemperando la profondità di un insegnamento con una battuta pronunciata con il suo caratteristico accento romano, che diventava subito un ponte di vicinanza, soprattutto con i giovani.
La prima lettura (Sap 12,13.16-19) ci ha ricordato che «la tua forza è principio di giustizia e il tuo dominio universale ti rende indulgente con tutti». Dio manifesta la sua onnipotenza nella misericordia, non nella forza. Questa è stata anche la cifra del ministero di don Paolo: non imporsi, ma accompagnare; non cercare il protagonismo, ma mettersi accanto alle persone; non giudicare, ma aiutare ciascuno a rialzarsi.
E san Paolo, nella lettera ai Romani (8,26-27) , ci ha consegnato una parola di grande consolazione: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza». Quanto è vera questa affermazione davanti alla malattia! Quando il corpo non risponde più, quando le parole si fanno difficili, quando perfino la preghiera sembra spegnersi, è lo Spirito Santo che continua a pregare dentro di noi.
Negli ultimi anni il ministero di don Paolo è diventato soprattutto questo: una testimonianza silenziosa. Se un tempo annunciava il vangelo con la parola, negli ultimi tempi lo ha annunciato con la pazienza della sofferenza vissuta nella fede. Anche questa è evangelizzazione. Anche questa è predicazione.
Oggi desidero rivolgere un pensiero di particolare vicinanza al fratello, padre Ausilio, religioso e sacerdote, ai familiari, alle comunità che don Paolo ha servito e a quanti gli hanno voluto bene. Il vostro dolore è condiviso dall'intera Chiesa dei Marsi.
Cari fratelli e sorelle, Gesù conclude le parabole dicendo che «i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro». Questa è la nostra speranza. Non celebriamo soltanto un ricordo; celebriamo il mistero pasquale. Affidiamo don Paolo alla misericordia del Padre, certi che il seme di bene seminato nella sua vita sacerdotale continua a portare frutto.
Il Signore, che lo ha chiamato al sacerdozio quarantatré anni fa, lo accolga ora nella liturgia del cielo. Colui che tante volte ha celebrato l'eucaristia possa ora partecipare al banchetto eterno. Colui che ha annunciato la parola possa finalmente contemplare il Verbo faccia a faccia. Colui che ha sostenuto la speranza di tanti possa ricevere in dono la pienezza della speranza che non delude.
E noi, mentre lo affidiamo all'abbraccio misericordioso del Padre, chiediamo anche la sua intercessione, perché il Signore doni alla nostra Chiesa ministri innamorati del vangelo, umili nel servizio, perseveranti nella prova e ricchi di quella gioia semplice che ha accompagnato, anche nelle difficoltà, il cammino terreno di don Paolo.
L'eterno riposo donagli, o Signore, e splenda a lui la luce perpetua. Riposi in pace.
Amen.







