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Omelia di S.E. Mons. Giovanni Massaro
dalla chiesa cattedrale di San Bartolomeo in Avezzano
per la santa Messa di chiusura della fase diocesana del sinodo

8 maggio 2022

In questa celebrazione vogliamo ringraziare il Signore per il cammino percorso in questi mesi sotto la guida dello Spirito Santo. Il tempo della pandemia ci sembrava il meno adatto per il sinodo, eppure il cammino sinodale ha dato a molte parrocchie la possibilità di ritrovarsi. La risposta emotiva al sinodo è stata spesso di perplessità e dubbio, mentre durante il cammino è emersa sempre di più la gioia. La gioia di incontrarsi tra presbiteri, religiosi, religiose, e poi con i laici, con i sindaci, con i bambini e i ragazzi, con la comunità evangelica, con i poveri, con gli studenti, con i docenti. L'inizio del cammino sinodale in diocesi è coinciso con l'inizio del mio ministero episcopale e la necessità di una reciproca conoscenza poteva ritardare o rallentare il cammino.
In realtà ho subito trovato in tutti voi una grande disponibilità, una grande voglia di mettervi in cammino. Io da subito mi sono fidato di voi, dei vostri suggerimenti, e voi avete riposto in me la vostra fiducia e abbiamo così intrapreso, sotto l'azione dello Spirito Santo, un cammino che non termina oggi perché destinato a proseguire nel tempo, facendo però tesoro di quanto lo Spirito Santo ha suggerito nei diversi appuntamenti sinodali che ci sono stati nelle parrocchie, nelle foranie, negli uffici pastorali e in altri ambiti anche al di fuori di quelli a noi usuali e familiari. La programmazione pastorale del prossimo anno partirà di certo dalla sintesi diocesana di cui, prima di questa celebrazione, abbiamo ascoltato alcuni stralci.
E con il desiderio vivo di continuare a camminare insieme vogliamo fare tesoro di quanto la parola di Dio oggi ci suggerisce. L’accento della quarta domenica di Pasqua cade sempre su Gesù come pastore: il Gesù, che ha guidato i suoi discepoli durante la sua vita itinerante e di annuncio del regno di Dio, ha formato una comunità, ha fatto di alcune persone eterogenee, in buona parte modeste, a volte litigiose, a volte gelose, una comunità. Di queste pecore riottose, malate, alcune deboli, altre forti e prepotenti, ha fatto il piccolo gregge capace di camminare insieme e di essere segno del regno di Dio nella storia e, al di là di tutti i miracoli narrati dai Vangeli, questo è il miracolo veramente grande, la sconcertante impresa che Gesù ha portato a termine.
Gesù si presenta come il vero pastore del popolo di Dio. È lui che ha fatto di uomini e donne litigiosi una vera comunità. «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute» (Gv 10,27-28). In queste parole noi ritroviamo le azioni di Gesù buon pastore, ma anche le azioni di coloro che vogliono far parte della comunità di Gesù. L'opera di Gesù si esplica in quattro azioni: Gesù parla, Gesù conosce, Gesù dà la vita eterna, Gesù custodisce. Il buon pastore è colui che è attento alle sue pecore, rivolge le sue parole e se ne prende cura. Gesù è colui che ci ama, così come siamo, con i nostri pregi e i nostri difetti. La qualità che caratterizza il pastore buono é quella di dare la vita per le pecore. Gesù ci offre la possibilità di vivere una vita piena, senza fine. Il pastore conosce le sue pecore, e non si tratta di una conoscenza astratta. «Conoscere» nella Bibbia indica relazione, reciprocità. Il pastore è colui che si lega alle sue pecore e le aiuta ad attraversare i sentieri più impervi. Gesù è colui che ci aiuta a percorrere le strade rischiose che si presentano nel cammino della vita. Per essere popolo di Dio, per essere una comunità che cammina insieme, dobbiamo lasciarci tutti guidare da Gesù. È la prima indicazione che emerge dalla parola di Dio di oggi. Non assolutizziamo gli incarichi che abbiamo: l'essere vescovo, parroco, superiore o priore di una confraternita, presidente di un'associazione o anche semplicemente maestro di coro o catechista all'interno di una parrocchia, non è un prestigio di cui vantarsi, o una medaglia da esibire, ma semplicemente un servizio da rendere con umiltà.
Nessuno deve sentirsi superiore agli altri, siamo tutti chiamati a lasciarci condurre da Cristo. È lui il nostro pastore. Nella prima lettura abbiamo ascoltato che i giudei, quando vedono che quasi tutta la città si radunò intorno a Paolo per ascoltare la parola del Signore, «furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo» (At 13,45). Guardiamoci dall’arrivismo, dalla gelosia, dalla sete di protagonismo, dal voler imporre a tutti i costi le proprie convinzioni. Mali questi che riguardano tutti, preti e laici, e che costituiscono i principali ostacoli di uno stile e di un agire autenticamente sinodale. Ai gesti che descrivono il modo in cui Gesù si relaziona con noi, fanno riscontro i verbi che riguardano le pecore, cioè noi. «Ascoltano la mia voce e mi seguono» (Gv 10,27). Ascoltare e seguire Gesù sono azioni fondamentali per camminare insieme. Ascoltare è apertura esistenziale all'altro, è attenzione alla sua persona prima ancora che alle sue parole. In una civiltà tutta dominata dall’avere e dal fare può sembrare che l'ascolto, atteggiamento di per sé passivo, sia a detrimento della propria personalità. Si pensa che l'azione sia ciò che conta davvero, in realtà una cisterna vuota non dà acqua, un uomo che non ascolta e che non è disposto a ricevere, non è in grado di dare. Se si vuole essere di più occorre l’umile atteggiamento di chi sa di aver bisogno di stare molto in ascolto. «L'ascolto – si legge della sintesi diocesana – prima che una tecnica metodologica, utile alla conduzione degli incontri, è stato riscoperto come forma di prossimità esistenziale. L’ascolto genera speranze, elimina il giudizio, lenisce le ferite e rende sostenibili le sollecitudini».
In una società che va sempre di corsa noi non sappiamo più ascoltare. In una società che ci chiede di imporci sempre sugli altri spesso noi non vogliamo ascoltare. Se non ci si ascolta, vescovo e preti, preti e laici, non è possibile camminare insieme. È la seconda indicazione che la parola di Dio ci offre. Accanto all'ascolto la sequela. La sequela richiede fiducia, solo se mi fido dell'altro, non solo ascolto ciò che mi dice, ma addirittura lo seguo, gli do credito, metto in pratica ciò che mi dice in quanto riconosco nella sua voce, la voce di chi mi ama. Riconoscere la voce è l'esperienza con cui ogni figlio, quando sente la voce della madre, la riconosce, si emoziona, tende le braccia, il cuore verso di lei, ed è già felice prima ancora di arrivare a comprendere il significato delle parole. Basta una voce, un suono, un odore per farci capire che siamo tra le braccia giuste, quelle dalle quali non vorremmo essere mai lasciati. La sequela di Cristo, prima ancora che essere un'esperienza razionale fondata su regole, precetti, è un'esperienza d'amore, di appartenenza, di bellezza del sentirsi a casa, protetti e amati. Solo alla luce di questa bellezza possiamo camminare insieme, con il vivo desiderio di trasmettere a tutti la gioia di seguire Gesù.
«Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede – scrive papa Francesco nel messaggio per la odierna giornata mondiale di preghiera per le vocazioni – è un soggetto attivo all'interno della Chiesa. Bisogna guardarsi dalla mentalità che separa preti e laici, considerando protagonisti i primi ed esecutori i secondi e portare avanti la visione cristiana come unico popolo di Dio, laici e pastori insieme, tutta la Chiesa è chiamata a camminare insieme seguendo e annunciando Cristo». Quando la nostra testimonianza di preti e laici è coerente, lontana da ogni forma di arrivismo, protagonismo e gelosia, apriamo ai nostri giovani una strada di vita bellissima. I giovani ci guardano e le nostre ipocrisie fanno loro tanto male. Trasmettiamo loro la bellezza di essere amati da Dio, di volerci bene, di camminare insieme: solo così potranno sentire nel cuore il desiderio di innamorarsi di Gesù e di amare la Chiesa.


 

Giovanni Massaro
Vescovo di Avezzano
Alla comunità musulmana della Marsica

Carissimi fratelli musulmani,
nel mio primo anno come vescovo e pastore della Chiesa dei Marsi, desidero rivolgervi i miei più cari auguri per la festa dell’Eid al-Fitr. Finalmente quest'anno, dopo le restrizioni imposte dalla pandemia, cristiani e musulmani possiamo celebrare le nostre feste con il ritorno a una certa normalità.
Ma mentre nelle nostre feste ci scambiamo il saluto di pace, lo guerra n atto in Ucraina accresce in noi la coscienza della necessità di sradicare ogni seme di odio e coltivare sempre più il seme della fratellanza universale.
Il ramadan quest'anno si è sovrapposto, in parte, con la nostra quaresima. Periodi in cui, come credenti autentici, abbiamo affidato al digiuno e alla preghiera il mai sopito bisogno di pace, il desiderio di conversione dei cuori e una più solida dedizione a Dio.
Possano la fede in Dio Creatore e la preghiera accompagnarci e rafforzarci ulteriormente nel dialogo tra le nostre comunità. Continuiamo a lavorare insieme nel costruire relazioni pacifiche e fraterne dandone in questo modo testimonianza al Creatore onnipotente, al quale rendiamo culto e ottenendo, come frutto per i nostri paesi, un clima di totale armonia. Siamo qui infatti per adempiere ai «veri insegnamenti delle religioni che invitano a restare ancorati ai valori della pace [...] e a ristabilire la saggezza, la giustizia e la carità e a risvegliare il senso della religiosità tra i giovani» (papa Francesco e grande imam di Al-Azhar, Documento sulla fratellanza umana, 2019).
Vi benedico e vi saluto con affetto fraterno.

Avezzano, 1° maggio 2022

+ Giovanni Massaro
Vescovo di Avezzano

Omelia di S.E. Mons. Giovanni Massaro
dalla chiesa cattedrale di San Bartolomeo in Avezzano
per la santa Messa crismale

13 aprile 2022

Puntare lo sguardo su Gesù

A Nazaret, nella sinagoga, Gesù esce allo scoperto e dichiara apertamente di essere lui l’atteso delle genti, il Salvatore del mondo. E l’evangelista Luca aggiunge che «nella sinagoga gli occhi di tutti erano fissi su di lui».
Carissimi miei fratelli, voglio sedermi accanto a voi, immergermi nel flusso del sacerdozio del popolo di Dio e in forza del mio sacerdozio ministeriale e del mio servizio episcopale aiutarvi a puntare gli occhi su di lui. Puntare lo sguardo su Cristo significa in primo luogo trovare la radice della comunione tra noi. Il cammino sinodale ci sta consentendo di ritrovarci all’interno delle nostre parrocchie, foranie, aggregazioni laicali, uffici pastorali e poi anche con persone che non sono solite frequentare i nostri ambienti, per confrontarci, dialogare, discutere. Quanta voglia di camminare insieme ho piacevolmente riscontrato. E poi anche tra presbiteri abbiamo avviato gli incontri di formazione permanente del clero proprio sul tema delle relazioni, ci siamo incontrati mensilmente per il ritiro spirituale, mi sono messo in ascolto di voi presbiteri, religiosi e diaconi all’interno delle diverse foranie. Momenti molto interessanti, ben partecipati e da voi molto apprezzati.
Ma non dobbiamo dimenticare che la comunione non è solo il risultato dei nostri sforzi, non è semplicemente la logica conseguenza dei nostri incontri, bensì è dono di Dio. Se non teniamo gli occhi fissi su di lui non riusciamo a costruire comunione. Tradotto in termini concreti, tutto questo significa riscoprire il valore dell’intimità con Gesù Cristo.
Carissimi confratelli presbiteri, sono rimasto edificato dal vostro esempio e dalla vostra bontà. Per crescere però ulteriormente nella comunione tra noi dobbiamo riscoprire sempre più il valore del silenzio e il gusto della preghiera prolungata. Manteniamo ferma la fedeltà alla recita del breviario e lasciamoci rinnovare interiormente attraverso la preziosa esperienza annuale degli esercizi spirituali, magari tralasciata in questi anni di pandemia. La preghiera è il nostro impegno primario al quale non ci è consentito abdicare perché ci consente di custodire il nostro sacerdozio.
Noi tutti, carissimi sacerdoti, sappiamo bene che lo spazio e il tempo dedicato alla preghiera non sono mai sottratti all’azione pastorale. Piuttosto la vivificano e la alimentano quotidianamente. Ricordiamo pure di avere pubblicamente dichiarato l’impegno di implorare la divina misericordia per il popolo a noi affidato, dedicandoci assiduamente alla preghiera. Tra un po’ rinnoveremo questo impegno insieme con tutti gli altri assunti nella nostra ordinazione. È l’intimità con il Signore che ci permette di ritrovare il gusto della comunione. È come presbiterio, con a capo il vescovo, che annunciamo la Parola, che celebriamo la fede, che viviamo la carità; mai come singoli.
Carissimi presbiteri, religiosi e diaconi, se non viviamo in profonda comunione reciproca noi impediamo ai nostri fratelli di tenere fissi gli occhi su Gesù. Li faremo fissare sulle nostre stupide beghe, sui nostri infantili capricci, sulle nostre divisioni, sulle nostre rivalità ma non su di lui. Se c’è un autentico desiderio di convertirci alla comunione diventano allora utili e necessari spazi per correggerci insieme, per pregare insieme, per soffrire insieme e per servire insieme, con il coraggio di posporre tante cose secondarie, fosse anche la gratificazione che ci viene dalle nostre iniziative pur di condividere con gli altri confratelli, gioie, preoccupazioni, speranze, magari anche attorno ad una buona mensa.
Carissimi confratelli, impariamo ad accettarci e ad amarci per quelli che siamo, accogliamoci reciprocamente tutti a braccia aperte senza porre veti a nessuno, cerchiamoci come fratelli e non come rivali nei momenti felici ma anche e soprattutto nei momenti difficili, sosteniamoci nelle difficoltà.
La stessa cosa la dico a voi, religiosi e religiose, che sperimentate ogni giorno quanto sia faticosa e bella la vita di comunione e come essa vada invocata come bene dall’alto ma vissuta con impegno dal basso.
E anche voi, fedeli laici, siete chiamati a fissare lo sguardo su Cristo per essere uomini e donne di comunione. Una comunione da vivere in primo luogo con il presbiterio. State però alla larga dal clericalismo e sentitevi corresponsabili nell’azione pastorale. Non è più il tempo in cui la carretta venga tirata soltanto dal parroco. La vivacità pastorale delle comunità parrocchiali dipenderà sempre di più, carissimi laici, dalla vostra passione per il vangelo. Non serve lamentarsi che i preti siano pochi e devono occuparsi di più parrocchie o che non siano come li desiderate, è tempo di rimboccarsi le maniche e avvertire forte la responsabilità della evangelizzazione.
A noi presbiteri il compito di considerare voi laici come un dono e non come collaboratori a noi subalterni; come corresponsabili nell’azione pastorale in virtù, carissimi fedeli laici, esclusivamente del vostro battesimo e del vostro amore verso Gesù Cristo, e non affatto per la smania di protagonismo. Puntare gli occhi su Cristo significa ritrovare la fonte della missione. Si tratta di mettere in discussione la nostra mentalità, tante volte rassegnata, priva di coraggio, senza fantasia. Si, è vero: le comunità cristiane sono oggi più povere rispetto al passato, facciamo fatica a ritrovare i giovani e anche a raggiungere gli adulti. Ma non perdiamo il coraggio. Guardiamo a lui, fonte della nostra missione nel mondo e saremo illuminati. Siamo tutti chiamati, come il Messia, a predicare un anno di grazia non con le parole ma con l’esemplarità della vita e con la gioia di servire il Signore e i fratelli.
«E vi chiedo di pregare anche per me, perché diventi ogni giorno sempre di più immagine viva e autentica di Cristo sacerdote, buon pastore, maestro e servo di tutti». Questa intenzione di preghiera, suggerita dalla liturgia prima della benedizione degli oli, raccoglie la pienezza di grazia che si sprigiona dalla santità del popolo di Dio.
Mi dispongo a pronunciarla con serena fiducia, nella consapevolezza che non sono solo a portare il pastorale perché sostenuto dalla grazia di Dio e da tutti voi che siete il popolo di Dio a me affidato.
Il Signore ci custodisca tutti nel suo amore.
Amen.

+ Giovanni Massaro
Vescovo dei Marsi


 

Messaggio di S.E. Mons. Giovanni Massaro
per la festa della Madonna di Pietraquaria

27 aprile 2022

La festa della Madonna di Pietraquaria è occasione propizia per portare a Maria quanto stiamo vivendo e invocare dalla Madonna il dono della pace. Stiamo assistendo da due mesi ad un massacro insensato, avvertiamo un senso di paura e di impotenza. Abbiamo bisogno di sentirci dire, anche noi, le parole rivolte dall’angelo a Maria: «Non temere!». La Madonna ci prenda per mano e ci guidi lungo i sentieri tortuosi della vita.
Più volte nel corso della storia gli avezzanesi si sono rivolti alla Madonna di Pietraquaria per chiedere grazie, sempre elargite dalla Vergine. Siamo certi che anche questa volta la Madonna ascolterà il nostro desiderio di pace. E alla Madonna di Pietraquaria vogliamo affidare la nostra Chiesa locale perché ci aiuti a crescere nella comunione e nella fede. Vogliamo affidare la città di Avezzano con le sue gioie, ma anche le sue fatiche e i suoi problemi. Ricordiamoci nella preghiera di coloro che non hanno un lavoro o temono di perderlo da un momento all’altro, dei giovani impossibilitati a programmare il proprio futuro, e affidiamo alla Vergine Maria i nostri fratelli e le nostre sorelle ammalati. Dio per cambiare la storia ha bussato al cuore di Maria e anche noi vogliamo bussare al suo cuore. La Vergine Maria ci doni un cuore come il suo, affinché Dio possa fidarsi anche di noi per poter costruire un mondo migliore, un mondo di pace.

+ Giovanni Massaro
Vescovo dei Marsi


 

Omelia di S.E. Mons. Giovanni Massaro
dalla chiesa cattedrale di San Bartolomeo in Avezzano
per l'ordinazione presbiterale di Angelo Di Bucchianico

Festa della Cattedra di san Pietro, 22 febbraio 2022

La festa liturgica della Cattedra di san Pietro ci vede raccolti come comunità diocesana per unirci al canto di lode che don Angelo eleva al Signore per il dono del presbiterato. È un momento di grazia che vogliamo vivere con stupore e gratitudine. Saluto i familiari di Angelo, gli amici venuti dal suo paese d’origine, e tutti voi presbiteri, religiosi, religiose, diaconi, seminaristi e fedeli laici qui presenti.
La pagina evangelica (Mt 16,13-19) ci ha proposto un episodio che a noi tutti è abbastanza noto ma di una ricchezza inesauribile. Lasciamoci pertanto raggiungere dalla Parola ascoltata. Gesù va con i discepoli nei territori di Cesarea, la città fondata trenta anni prima dal tetrarca Filippo, figlio di Erode il grande. E proprio là dove Cesare è venerato come divino, proprio in una città edificata in suo onore, ecco l’occasione per raggiungere i suoi discepoli e interrogarli.
Le domande di Gesù ci raggiungono spesso quando meno ce lo aspettiamo. È stato così anche per te, carissimo Angelo. Dopo un cammino con i frati minori, nel 1999 eri tornato alla tua vita di sempre impegnando il tuo tempo nel lavoro, in famiglia, con gli amici. Ma nel 2017, quando pensavi che ormai quella fiamma avvertita durante gli anni della tua maturità fosse spenta per sempre, ecco che il Signore si è rifatto prepotentemente vivo nella tua vita.
«La gente chi dice che io sia?», chiede Gesù ai discepoli. E i discepoli riferiscono che la gente pensa che Gesù sia un profeta, uno dei grandi profeti presenti nella memoria collettiva d’Israele. A questo punto la domanda arriva esplicita, diretta: «Ma voi, chi dite che io sia?». Una domanda chiara di fronte alla quale non è possibile sfuggire o rimanere neutrali, né rimandare la risposta o delegarla a qualcun altro. Prima di tutto c’è un «ma» avversativo. Come se Gesù dicesse: «Lasciamo ora perdere ciò che dice la gente, perché non si può credere per sentito dire. Voi che siete con me da anni, che cosa sono io per voi?».
In questa domanda è il cuore pulsante della fede: «Chi sono io per te?». Gesù non cerca formule o parole, cerca relazioni. La sua domanda assomiglia a quelle degli innamorati: «Quanto conto io per te? Che importanza ho nella tua vita?». A Gesù non interessa avere informazioni su di sé, non ha bisogno di sapere se è più bravo degli altri maestri. Gesù vuole sapere se Pietro è innamorato, se gli ha aperto il cuore.
La risposta di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Cioè: «Tu sei la mia vita. È in te, dice Pietro a Gesù, che io ho trovato la vita». Carissimo Angelo, questa domanda Gesù l’ha posta a te, e l’ha posta ai consacrati qui presenti. Accogliere una chiamata significa dire a Gesù: «Tu sei la mia vita, tu sei il centro della mia vita». Stiamo attenti. Essere preti non necessariamente significa aver posto Cristo al centro della propria esistenza. È possibile che al posto di Cristo, al centro della nostra vita ci siano i nostri disegni e non necessariamente ambiziosi, i nostri capricci, i desideri di primeggiare. Quando il nostro cuore non è occupato da Cristo possiamo legarci al potere, al denaro o addirittura a forme pericolosissime di dipendenza come il gioco o l’alcol. Senza Cristo diventiamo mestieranti, preti mediocri che vivono senza entusiasmo e senza passione.
Non passi giorno, carissimo Angelo, senza porti questa domanda: «Quanto conta Cristo nella mia vita, nella consapevolezza che solo la preghiera ci aiuta a fare di Cristo il fondamento della nostra esistenza?». Alla base di tante crisi sacerdotali vi è una scarsa vita di preghiera, una mancata intimità con il Signore.
«Beato sei tu, Simone, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». È Gesù che prende l’iniziativa. Non è Pietro che si autocandida. La vocazione al sacerdozio è chiamata di Dio. Non è mai autoconvocazione.
Abbiamo ascoltato poco fa: «Reverendissimo padre, la santa madre Chiesa chiede che questo nostro fratello sia ordinato presbitero». La chiamata di Dio giunge a noi attraverso la Chiesa e se la madre Chiesa riconosce che un proprio figlio non è chiamato al sacerdozio è richiesta ugualmente docilità e obbedienza. Obbedire significa ricordarsi che nessuno può dirsi detentore della volontà di Dio e che essa va compresa solo attraverso il discernimento che la Chiesa ci aiuta a vivere.
«A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». La chiamata al sacerdozio, carissimo Angelo, è dono e impegno. Con l’ordinazione presbiterale ti vengono affidati degli impegni ben precisi, ti viene affidata una responsabilità nei confronti di una comunità. Non siamo preti per noi stessi, siamo preti perché ci viene affidato un popolo. Sei chiamato ad alimentare i sogni delle persone che ti vengono affidate, a indicare la via che porta alle mete più alte. Tante volte non ti capiranno; non ti preoccupare, vai avanti. Ci saranno infatti momenti in cui ti loderanno, ma verranno anche ore di ingratitudine e di rifiuto. La vicinanza con Gesù ci invita a non temere alcuna di queste ore non perché siamo forti bensì perché ci stringiamo a lui.
Ti confido che questa vicinanza al Signore è la mia vera forza nei momenti più bui. Il pastore deve sempre agire per il bene delle pecore, mai per ricevere consensi. Non può diventare prete chi ricerca consensi, e tanto meno vescovo. E per il bene tante volte del popolo affidato, si è costretti a dire di no e a risultare impopolari. Non fa niente. Un pastore che vuole accontentare tutti rischia di scontentare tutti. Questo l’ho imparato dal mio papà, sempre molto esigente nei miei confronti. Quando ero ragazzino non capivo tanti suoi dinieghi. Li ho compresi da grande e ora lo ringrazio. Quando concordai con il mio vescovo la data della mia ordinazione presbiterale, ventinove anni fa, corsi da lui per dargli la bella notizia. «Non so se essere felice – mi disse il mio papà – lo sarò nella misura in cui sarai un bravo prete, umile e generoso». Quando il mio papà dieci anni fa è morto, ho trovato nel suo portafoglio questa preghiera: «Dammi, o Signore, figli che abbiano conoscenza di te, guidali, ti prego, non sul facile cammino degli agi ma su quello delle asperità e dei cimenti. Dammi figli dal cuore puro e dagli alti ideali; figli che sappiano dominare se stessi prima di voler dominare gli altri. Falli umili, perché ricordino sempre la semplicità della vera grandezza; rendili generosi, perché solo l’amore conta nella vita e nell’eternità. Allora io, il padre, oserò dire sottovoce: Non ho vissuto invano».
Carissimo Angelo, ho apprezzato da subito in te l’umiltà e la generosità verso tutti, soprattutto verso chi è nel bisogno. È la mia prima ordinazione presbiterale e non avrei mai immaginato di ordinare un presbitero dopo pochi mesi dalla mia ordinazione episcopale, e per di più di età più grande della mia, a indicare che Dio è imprevedibile e che i suoi tempi non sono i nostri tempi. Tutto è grazia. Non immagini la mia grande gioia e profonda emozione.
Ritengo infine importante sottolineare che la tua ordinazione sacerdotale avvenga in un tempo ben preciso, segnato ancora da una situazione sanitaria incerta e non ancora del tutto superata, a indicare che il Signore ti chiama a fasciare le ferite degli uomini di oggi.
«Io vedo la Chiesa – ha affermato papa Francesco – come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite». E vieni inoltre ordinato nel pieno di un cammino sinodale, a indicare che il Signore ti chiama ad essere vicino ad ogni uomo e a saper camminare con tutti.
Vicinanza e compassione indicano uno stile ben preciso con cui il Signore ti chiede di vivere il tuo sacerdozio. Io sarò al tuo fianco come padre e fratello.
Buon cammino e tanti cari auguri.


 

 

 

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