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Omelia di S.E. Mons. Pietro Santoro
dalla chiesa di Santa Maria in Cese di Avezzano

Oggi, giornata mondiale dei poveri. E c’è una domanda che rivolgo a me e a tutti voi. La domanda è questa: quanto vale la vita di un uomo? quanto vale la vita di una donna? Quanto vale?
Quanto vale la vita di un uomo che ha perso il lavoro? Quanto vale la vita di un uomo morto mentre lavora? Quanto vale la vita di un uomo vittima dell’usura? Quanto la vale la vita di un uomo senza tutela, che non ha un tetto, non ha una casa? Quanto vale la vita di una donna rifiutata, tradita, oltraggiata della sua dignità? Quanto vale la vita di una persona sola, malata? Quanto vale la vita di una persona scartata, non ritenuta idonea dal cosiddetto ciclo produttivo? Quanto vale la vita di una persona contagiata dal virus? Quanto vale la vita di un bambino di sei mesi, morto nel naufragio del suo gommone? Si chiamava Joseph. Quanto valgono le lacrime di sua madre che grida «Ho perso il mio bambino!»? Grida verso il mare che ha inghiottito altri migranti, gli ultimi di una tragedia indicibile.
Ma quanto vale la vita di un uomo e di una donna per me cristiano? Per noi cristiani che continuiamo a dire e a credere che «Ogni persona, anche quella più indigente e disprezzata, porti impressa in sé l’immagine di Dio» (papa Francesco)?
Carissimi, c’è una diffusa narcosi dell’anima. E nel tempo di questa diffusa narcosi dell’anima, nel tempo del dolore cosmico, porci queste domande, colloca la nostra fede in ascolto della storia, pianta il vangelo dentro la carne della storia e allontana noi cristiani da un vangelo contraffatto e ci inchioda all’appello del Siracide: «Al povero tendi la tua mano» (7,32) e alle parole di papa Francesco: «Tendere la mano è un segno che richiama immediatamente alla prossimità, alla solidarietà, all’amore, non possiamo sentirci a posto quando un membro della famiglia umana è relegato nelle retrovie e diventa un’ombra». E il papa continua: «in questi mesi, nei quali il mondo intero è stato come sopraffatto da un virus che ha portato dolore e morte, sconforto e smarrimento, quante mani tese abbiamo potuto vedere! La mano tesa del medico che si preoccupa di ogni paziente cercando di trovare il rimedio giusto. La mano tesa dell’infermiera e dell’infermiere che, ben oltre i loro orari di lavoro, rimangono ad accudire i malati. La mano tesa di chi lavora nell’amministrazione e procura i mezzi per salvare quante più vite possibile. La mano tesa del farmacista esposto a tante richieste in un rischioso contatto con la gente. La mano tesa del sacerdote che benedice con lo strazio nel cuore. La mano tesa del volontario che soccorre chi vive per strada e quanti, pur avendo un tetto, non hanno da mangiare. La mano tesa di uomini e donne che lavorano per offrire servizi essenziali e sicurezza. E altre mani tese potremmo ancora descrivere fino a comporre una litania di opere di bene. Tutte queste mani hanno sfidato il contagio e la paura pur di dare sostegno e consolazione».
Carissimi, usciamo anche noi dalla zona grigia dell’indifferenza, del «Mi faccio i fatti miei». Usciamo! Torniamo a vedere i poveri. Portiamo i poveri nel cuore e dal cuore tendiamo le mani, dal cuore affogato nel vangelo, in un vangelo non contraffatto. Dagli occhi al cuore, dal cuore alle mani. Occhi cuore e mani collegate. Gli occhi per cambiare direzione ai nostri sguardi. Non più e non solo diretti alla nostra immagine, ma a chi porta come me, come noi, lo stampo del volto di Gesù. Il cuore, per liberarlo dal peccato delle passioni tristi e dilatarlo alla commozione dinanzi a chi soffre. Ma oggi, chi è ancora capace di piangere con chi piange? Chi è ancora capace?
E poi le mani. Le mani per i gesti concreti, di condivisione, di generosità. Le mani. Come ho scritto in una preghiera per l’Azione cattolica diocesana: «Le mani accanto, non distanti». È sempre una questione di mani. Da una parte mani che maneggiano talenti e rubano, speculano, accumulano denaro disonesto. Mani che spacciano e seminano morte e distruzione. Dall’altra parte mani tese, non mani in tasca. Tese a rendere sempre presente la mano evangelica del samaritano. Dove voglio collocare le mie mani, su quale versante? Dove vogliamo collocare le nostre mani? su quale versante?
Desidero in questa celebrazione, con particolare affetto, portare sull’altare e al cuore di Gesù tutti i nostri anziani, tutti i nostri nonni, soprattutto quanti hanno perso gli affetti più cari, quanti attraversano la malattia e la paura del futuro. A loro mi rivolgo, con un abbraccio intenso, anziano io stesso. A loro dico le parole del Siracide: «Non ti smarrire nel tempo della prova. Stai unito a Dio senza separartene. Affidati a lui ed egli ti aiuterà, raddrizza le tue vie e spera in lui» (Sir 2,2-3.6).
E torno alla domanda iniziale. Quanto vale la vita di un anziano? Quanto vale? Vale come può valere uno scrigno prezioso che raccoglie tutte le lettere dell’alfabeto. Un alfabeto che nel tempo ha composto la grammatica dell’esistenza. La grammatica della generazione del lavoro faticoso, dell’educazione, e che continua a generare e ad educare con gli occhi che bucano l’eternità. Abbiamo bisogno degli anziani come abbiamo bisogno delle nostre carte d’identità; strappare una carta d’identità è strappare l’orizzonte. Essere accanto agli anziani non ci fa sentire poveri orfani, orfani di speranza ma tutti figli e fratelli di una famiglia senza confini.
Ho voluto celebrare la giornata mondiale dei poveri qui a Cese, dinanzi alla splendida immagine della Vergine santissima. Ci accompagnino le parole di papa Francesco: «In questo cammino di incontro quotidiano con i poveri, ci accompagni la Madre di Dio, che più di ogni altra è la Madre dei poveri. La Vergine Maria conosce da vicino le difficoltà e le sofferenze di quanti sono emarginati, perché Lei stessa si è trovata a dare alla luce il Figlio di Dio in una stalla. Per la minaccia di Erode, con Giuseppe suo sposo e il piccolo Gesù, è fuggita in un altro paese. La condizione di profughi ha segnato per alcuni anni la santa famiglia. Possa la preghiera alla Madre dei poveri accumunare questi suoi figli prediletti e quanti li servono nel nome di Cristo. La preghiera trasformi la mano tesa in un abbraccio di condivisione e di fraternità ritrovata».
Abbraccio tutti gli anziani e i poveri della nostra terra. Ci uniamo tutti insieme, assemblea liturgica e quanti ci seguono sulle piattaforme digitali, con la preghiera dell’abbandono e della fiducia:

Ave Maria, piena di grazia,
il Signore è con te.
Tu sei benedetta fra le donne
e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio,
prega per noi peccatori,
adesso e nell’ora della nostra morte.
Amen.


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