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Omelia di S.E. Mons. Pietro Santoro
dalla cattedrale dei Marsi in Avezzano

«Il presbitero, chiamato ad essere immagine viva di Gesù Cristo, deve cercare riflettere in sé quella perfezione umana del Figlio di Dio fatto uomo e che traspare con singolare efficacia nei suoi atteggiamenti verso gli altri. Il ministero del sacerdote è sì annunciare la parola, celebrare i sacramenti, guidare nella carità la comunità cristiana nel nome e nella persona di Cristo, ma questo rivolgendosi sempre e solo ad uomini concreti. Proprio perché il suo ministero sia umanamente più credibile ed accettabile, occorre che il sacerdote plasmi la sua personalità umana in modo da renderlo parte, ponte, e non ostacolo, per gli altri, nell’incontro con Gesù Cristo, redentore dell’uomo. Il sacerdote sia capace di conoscere in profondità l’animo umano, di intuire difficoltà e problemi, di ottenere fiducia e collaborazione, di esprimere giudizi sereni ed obiettivi. Di particolare importanza è la capacità di relazione con gli altri, elemento veramente essenziale per chi è chiamato ad essere responsabile di una comunità ed essere uomo di comunione. Questo esige che il sacerdote non sia né arrogante, né litigioso, ma sia affidabile, ospitale, sincero nelle parole del cuore, presente e discreto, generoso e disponibile al servizio, capace di personalmente e di suscitare in tutti rapporti schietti e fraterni, pronto a comprendere, a perdonare e a consolare».
Carissimo don Gabriele, questa lunga citazione, che certamente tu conosci, della Pastores davo vobis del beato Giovanni Paolo II, ci introduce insieme nella dimensione umana e soprannaturale del sacerdote. Non due dimensioni sovrapposte, ma congiunte da una stima immensa della scelta di Dio che afferra l’umanità di una persona e attraverso questa umanità si rende presente nella storia della salvezza. Non avere paura, don Gabriele, delle tue fragilità umane. Al contrario, trasfigurate dalla grazia, rendile canali comunicativi e di relazione, perché oggi, nel tempo diffuso delle solitudini e delle precarietà, si cercano persone che diano fiducia, che abbiano il cuore aperto, aperto all’incontro, aperto all’ascolto, che non guardano le persone di spalle, ma si confrontano con il volto delle persone. Persone dal volto accogliente, che aprono porte: il prete deve essere la porta che permette l’accesso a Cristo. Non l’accesso a se stesso, ma a Cristo. E qui siamo dentro la grandezza del nostro ministero.
Possiamo rendere presente Cristo, solo se il volto del sacerdote è testimonianza di una verità: «Io Cristo l’ho incontrato, mi ha cambiato la vita, ha reso altra la mia umanità». Tu puoi sperimentare questa alterità per riassumerla e conficcare in Cristo il tuo destino. Un prete, per usare l’espressione di Giovanni Paolo II, che fa da ostacolo all’incontro con Cristo è uno scandalo immenso: il vero, grande, immenso scandalo. Scandalo non in senso evangelico, ma nel senso popolare di vergognosa controtestimonianza, perché in senso evangelico, scandalo ovvero segno di contraddizione, è al contrario la nota dominante di chi vive la logica delle beatitudini, logica perennemente alternativa ad ogni logica umana.
Caro don Gabriele, sii un sacerdote dentro il popolo e per il popolo. Questa non è un’espressione coreografica, non è un’espressione retorica. Il popolo, categoria biblica e conciliare, è il popolo che Dio e la Chiesa, nella persona del vescovo, ti affideranno. Non il popolo immaginato ed immaginario dentro i laboratori del sapere asettico, ma quello concreto, reale, fatto di gioia, di speranza, di sofferenza, di consolazione: il popolo della nostra terra marsicana. Perché in questa terra ci sono le tue radici e, in questa terra, hai maturato la nascita e i percorsi della tua vocazione. Il nostro è un popolo buono, un popolo tenace, un popolo straordinario, che si fa amare. Ma che necessita di una obbligante transizione: la transizione da una religiosità devozione ad una fede pensata e radicata sull’essenziale, su Cristo. Fede pensata, ovvero capace di corrispondere all’esigenze del nostro tempo e ai grandi interrogativi degli uomini del nostro tempo. Siamo nell’epoca delle domande, e nessuna risposta può essere data, tirandola fuori da cassetti di risposte prefabbricate. La fede entra come luce dentro i labirinti del vivere, ed afferma Benedetto XVI: «la fede si pone nuovamente, anche alla nostra generazione, come sfida ai poli dell’arbitrio soggettivo da una parte e del fanatismo fondamentalista dall’altro».
Sperando di essere compreso, caro don Gabriele, non cavalcare mai il fondamentalismo devozionalistico sempre più diffuso, ma una fede radicata su Cristo. Cristo non è la cornice al devozionalismo, né tantomeno un semplice riferimento moralistico. Scrive Benedetto XVI, nel motu proprio La porta della fede: «La fede è decidere di stare con il Signore per vivere con lui». Non dobbiamo, né possiamo, né vogliamo concretamente estirpare le tradizioni, che costituiscono un grande humus di identità storica e culturale. Si tratta di indirizzarle, di purificarle e di farle vivere dentro una realtà ecclesiale che deve vivere sul grande e appassionato amore a Cristo. E su questo amore fondare l’amore alla Vergine e ai santi, e questo amore celebrare, testimoniare e annunciare sul versante concreto della carità.
Caro don Gabriele, mi permetti di consegnarti alcune parole che dovranno sostenere il tuo cammino. Te le consegno come successore del collegio degli apostoli, ma soprattutto come tuo padre nella fede, al quale prometterai gioiosa obbedienza. Coltiva un’intensa vita spirituale, che ha nella preghiera, nei sacramenti della riconciliazione e dell’Eucaristia la visione della tua interiore giovinezza e la garanzia della tua salvezza personale. Ogni parola che pronuncerai sia inzuppata nel silenzio della preghiera. Non cercare comodità, non cercare rifugi protettivi, ma sentiti sempre scomodato da Cristo e dagli altri, scomodato per Cristo e scomodato per gli altri. Non annunciare mai un Cristo scontato, rendilo vivo, contemporaneo, sempre nuovo, sempre affascinante, sempre travolgente. Non essere mai un funzionario delle cose sacre, ma assumi la bellezza della testimonianza di papa Benedetto, quella di essere «umile operaio nella vigna del Signore», perché siamo tutti umili operai nella vigna del Signore.
Infine dico anche a te, don Gabriele, quanto ho detto, in questi cinque anni, a ogni ordinazione presbiterale. Sii un sacerdote povero, sii un sacerdote distaccato, che fa entrare i poveri costruiti dall’indifferenza della società, offrendo loro prossimità e parole di giustizia. La castità congiunta alla povertà, sono le due strade che indicano la venuta del regno nella tua vita ed indicano gli scenari della storia. Al contrario, un prete che accumula denaro per sé è una vergognosa maschera. Un prete povero è una persona libera, libera per il Vangelo e che diventa vera profezia, non con sterili ed ipocriti polemiche contro l’istituzione, ma profezia di una Chiesa che testimonia la sua unica ricchezza in Dio e soltanto in Dio e che sa dire come Pietro: «Non ho ne oro, né argento. Ti offro soltanto Gesù Cristo».
Carissimo don Gabriele, ai tuoi genitori un grazie per aver donato un figlio alla Chiesa, ai tuoi familiari l’abbraccio di tutta la comunità diocesana. Tua sorella preghi per te dal paradiso. La Vergine santissima, i santi Berardo e Sabina, i santi Pietro e Paolo, siano custodi per sempre del tuo sacerdozio, il per sempre della tua gioia e della tua fedeltà a Cristo e alla santa madre Chiesa.
Auguri, don Gabriele.

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