Omelia di S.E. Mons. Giovanni Massaro
dalla chiesa dei Santi Fabiano e Sebastiano in Massa D'Albe
per la veglia missionaria diocesana

Venticinquesimo anniversario dalla tragica morte di padre Celestino Di Giovambattista, camilliano,
originario di Massa D'Albe e missionario in Burkina Faso

Carissimi fratelli e sorelle, siamo raccolti questa sera a Massa d’Albe, in una comunità che custodisce con affetto le proprie radici e la memoria di uno dei suoi figli, padre Celestino Di Giovambattista. Ci ritroviamo per celebrare la veglia missionaria, ma anche per fare memoria, a venticinque anni dalla sua morte, di un uomo che ha saputo trasformare la propria vita in un dono.
La parola del Signore che abbiamo appena ascoltato ci consegna un mandato preciso: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli». E subito dopo Gesù aggiunge una promessa che sostiene ogni missionario, in ogni tempo e in ogni luogo: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Ecco il cuore della missione cristiana: andare perché inviati, donarsi perché amati, camminare insieme perché uniti in Cristo.
Il tema che accompagna la nostra giornata missionaria mondiale, «Uno in Cristo, uniti nella missione», ci ricorda che non siamo cristiani da soli e non siamo missionari da soli. La missione non è l’impresa di qualche persona generosa, né il compito esclusivo di chi lascia la propria terra per raggiungere paesi lontani. È la vocazione di tutta la Chiesa, di ogni comunità, di ogni battezzato.
Essere uno in Cristo non significa essere tutti uguali, avere la stessa storia o parlare la stessa lingua. Significa riconoscere che abbiamo un unico Signore e che ogni persona, con la propria cultura, la propria sensibilità e i propri doni, è chiamata a contribuire alla costruzione di un mondo più fraterno. Ma questa unità non rimane un ideale astratto. Deve diventare vita, servizio, vicinanza. Ed è proprio qui che la figura di padre Celestino ci parla con una forza particolare.
Il 13 ottobre 2001, a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, padre Celestino concluse tragicamente la sua esistenza terrena. Era un missionario camilliano, un figlio di questa terra abruzzese che aveva scelto di seguire Cristo sulle orme di san Camillo de Lellis, mettendo al centro della propria vocazione i malati, i sofferenti e quanti rischiano di essere dimenticati. Fu ucciso mentre si recava a visitare i detenuti della prigione cittadina. Non stava cercando riconoscimenti, non stava compiendo un gesto straordinario agli occhi del mondo. Stava andando incontro a persone ferite, private della libertà, spesso abbandonate e considerate senza importanza. Stava facendo ciò che aveva imparato dal vangelo: riconoscere in ogni essere umano un fratello, anche quando la sua storia è difficile, anche quando la società lo emargina, anche quando nessuno sembra più interessarsi di lui.
Padre Celestino è morto mentre andava incontro a un fratello. La sua ultima strada è diventata, in modo drammatico, la testimonianza più radicale della sua missione. Non vogliamo nascondere il dolore e l’assurdità della violenza. La sua morte rimane una ferita. Ma il male non ha l’ultima parola sulla vita di chi ama. La testimonianza di padre Celestino continua a generare domande, a suscitare gratitudine e a indicarci una strada: quella di una carità che non si accontenta delle parole, ma si fa presenza, ascolto, consolazione e servizio.
È questo il significato più autentico dell’espressione che appartiene alla spiritualità camilliana: «Mettere più cuore nelle mani». Mani che curano, mani che accolgono, mani che sollevano chi è caduto. Mani che non si chiudono davanti alla sofferenza e non si tirano indietro davanti a chi non può restituire nulla. Quante volte, invece, anche noi rischiamo di avere mani occupate soltanto a trattenere, difendere i nostri interessi, custodire le nostre sicurezze! Il Vangelo ci chiede di aprirle. Ci chiede di mettere il cuore nei gesti quotidiani, nelle relazioni familiari, nell'attenzione agli anziani e ai malati, nell'accoglienza di chi arriva da lontano, nella vicinanza a chi vive situazioni di povertà e solitudine.
La missione comincia lì dove siamo, quando smettiamo di domandarci soltanto che cosa possiamo ricevere e cominciamo a chiederci a chi possiamo farci prossimi.
Carissimi, ricordare padre Celestino proprio qui, nella sua terra, non significa soltanto custodirne la memoria con commozione. Significa lasciarci provocare dalla sua testimonianza. Una comunità cristiana onora davvero i suoi missionari quando non si limita a ricordare ciò che hanno fatto lontano, ma sceglie di vivere qui lo stesso vangelo che li ha mossi. E il nostro sguardo, questa sera, si allarga a tutti i missionari della nostra diocesi che hanno concluso la loro corsa terrena, a quanti hanno seminato il vangelo con generosità e umiltà, spesso nel silenzio e senza cercare riconoscimenti. La loro opera non è perduta: ogni gesto d’amore, ogni parola di consolazione, ogni seme di speranza affidato alla terra continua a portare frutto nelle mani di Dio.
Preghiamo anche per i nostri missionari impegnati in Brasile, padre Beniamino, don Diego e don Massimo. Li affidiamo al Signore, insieme alle comunità che accompagnano, perché possano essere testimoni di comunione e di speranza, capaci di camminare con le persone loro affidate, di ascoltarne le attese e di riconoscere i doni che lo Spirito suscita in ogni popolo. Padre Celestino e gli altri missionari hanno annunciato con la vita il vangelo. Ora tocca a noi raccogliere il testimone.
Chiediamo al Signore che da questa veglia ciascuno riparta con una domanda nel cuore: chi attende oggi la mia visita, il mio ascolto, la mia mano tesa? Forse una persona malata, un vicino solo, una famiglia in difficoltà, qualcuno che abbiamo giudicato troppo in fretta, oppure una persona che non ha più il coraggio di sperare. Non occorre compiere gesti straordinari per essere missionari. Occorre un cuore disponibile, uno sguardo capace di riconoscere l’altro e la fede di chi sa che anche il più piccolo gesto d’amore, compiuto nel nome di Cristo, può aprire una strada nuova. Massa d’Albe custodisca con fierezza e gratitudine la memoria di padre Celestino. E la nostra Chiesa diocesana continui a essere una comunità che invia, accompagna, sostiene e prega per i suoi missionari, ma che soprattutto vive ogni giorno la missione sul proprio territorio.
Per intercessione di san Camillo de Lellis e nella memoria grata di padre Celestino, chiediamo al Signore di donarci mani operose, cuori riconciliati e passi coraggiosi. E facciamo nostra la preghiera che accompagna ogni autentico discepolo missionario: Signore, rendici capaci di portare il tuo amore là dove c’è sofferenza, la tua pace là dove c’è conflitto, la tua speranza là dove sembra non esserci futuro. Perché ogni uomo e ogni donna possano incontrare, attraverso la nostra vita, il volto misericordioso di Gesù.
Amen.