Buon Natale, amici, buon Natale! Con questo semplice augurio desidero salutarvi, sapendo che tutti, veramente tutti, siamo accolti da Cristo, Dio incarnato per la nostra salvezza. Ma all’augurio del cuore si sovrappone una domanda, una domanda antica e sempre nuova, resa più acuta da una cultura che tutti respiriamo e di cui tutti siamo costruttori e vittime, una cultura che definisco di smemoratezza. Smemoratezza sulla storia che ci ha generato alla fede, smemoratezza sul nostro destino di uomini e di credenti. E allora non c’è da meravigliarsi se questa smemoratezza porta tanti a preparare il Natale come festa del relativismo trionfante, occasione di gesti e di parole che indicano fuga e lontananza dal mistero. E la domanda è questa: qual è il segreto del Natale? Capire questo segreto non è facile. E’ solo per quanti riescono a scoprire che il Natale non è solo una data del calendario, ma è una verità, la più grande verità che Dio annuncia e comunica al mondo. E’ accaduto così anche all’inizio. Mentre Roma dispiegava la propria potenza e Cesare Augusto mobilitava la terra intera per il censimento, mentre l’intera storia di quel tempo si snodava secondo una logica imperiale, un’altra storia, segreta e ignota alle folle e ai palazzi, veniva disvelata a pochi, a un piccolo gruppo di pastori, chiamati a diventare testimoni di un evento incredibile alla ragione: Dio assume la nostra condizione umana per farci avere parte alla sua vita divina. Evento immenso. Evento sconvolgente. Forse può far sorridere coloro che hanno censurato Dio dalla loro esistenza. Forse può far sogghignare coloro che hanno scelto di seppellire Dio sotto la coltre dell’indifferenza. Forse può essere scippato da quanti lo impacchettano nel chiasso e nella confusione di riti all’insegna della stupidità. Forse; ma non può, non deve, essere svuotato da quanti sono chiamati a custodire e a trasmettere l’evento nella sua grandezza ed essenzialità. E ci vuole il silenzio del cuore per custodire. E ci vuole un colpo d’ala per trasmettere, il colpo d’ala che solo l’amore può imprimere. Già, l’amore. Parola ormai mercificata. Parola ormai stritolata. Ma parola che, ricondotta alla sua profondità, ci dice che nel Natale siamo stati raggiunti dall’Amore di Dio, che questo amore ci sorregge nelle nostre solitudini e nei nostri smarrimenti, e che questo Amore è sempre il fermento vivo per una società che non affondi con la pietra al collo delle proprie cattiverie e delle proprie deviazioni. E’ un mistero d’amore il Natale, perché Dio diventa un volto da amare affinché ogni volto sia amato. Nel Bambino di Betlemme Dio assume un volto affinché ogni persona sia per noi un volto. Questa è la chiave che ha costruito la civiltà e questa è la chiave affinché la civiltà non scompaia. E allora capita che quando l’altro è per me un volto che cancello, io cancello il Natale. Quando l’altro è un volto che ignoro, io ignoro il Natale. Quando l’altro è un volto che odio, io odio il Natale. Quando una economia vede le persone solo come numeri flessibili, l’economia irride al Natale. Quando una società tratta le persone come un concime per fertilizzare interessi particolari, tratta da concime il Natale. E quando dico Natale dico Cristo. Si odia Cristo. Si irride Cristo. Si usa Cristo come un concime. E così siamo stanchi, stanchi di vedere cristiani che si lasciano rubare il Natale, perché si lasciano rubare Cristo, o perché non vivono il suo Vangelo o perché non reagiscono alla relativizzazione del cristianesimo nella società occidentale. E non reagiscono perché rintanati in una specie di torpore che rasenta l’incoscienza. Non voglio fare esempi di vasta portata. Non voglio nemmeno infierire sul circo mediatico che spaccia il Natale come un prodotto dove l’intelligenza è solo un saldo scontato. D’altronde, non per fare ironia, ma se duemila anni fa ci fossero state le TV la nascita di un bambino in una squallida grotta, in uno squallido paese d’Oriente, non sarebbe stato annunciato neanche da un rigo del televideo. L’esempio di insipienza cattolica che vi comunico è questo. Negli ultimi anni si sono ripetute notizie di presepi banditi da molte scuole in Italia. Grandi polemiche, ma tutte all’insegna del solito “il presepe non si tocca perché appartiene alle nostre tradizioni”. Non ho sentito nessuno dire: “No. Il presepe non si tocca perché è l’annuncio semplice e commosso che Dio si è incarnato”. E Dio si chiama Gesù Cristo. E Cristo non è una tradizione da custodire, ma è persona, è salvezza per ogni uomo e per tutta l’umanità. Oggi non c’è più Erode, impazzito di gelosia e di paura, che vuole togliere di mezzo Gesù. Paradossalmente, accanto alla deriva nichilista che invade l’Europa, potrebbero essere proprio i cristiani a svendere Gesù Cristo nel mercato del vuoto spirituale, a svenderlo riducendolo a un pallido e innocuo ricordo del passato, a un contenitore di emozioni saltuarie. Quel Cristo che un grande Padre della Chiesa ripropone con accenti di straordinario vigore, nonché di struggente poesia: “Cristo è tutto per noi. Se vuoi curare una ferita, Egli è medico. Se sei riarso dalla febbre, è fontana. Se sei oppresso dall’iniquità, è giustizia. Se hai bisogno di aiuto, è forza. Se temi la morte, è vita. Se fuggi l’oscurità, è la luce. Se cerchi cibo, è pane. Lui è la nostra sapienza. Lui è la nostra giustizia. Lui è la nostra ricchezza”. Amici, mi sono sempre chiesto: perché a Natale le nostre chiese sono così gremite al punto di essere quasi invase. Le risposte sono tante, e forse ognuno di noi, nel suo cuore, ha la sua risposta. Me ce n’è una, una sola che le riassume tutte. Ed è questa: io sono un vuoto che desidera essere riempito. Ho percorso tutte le strade per tentare di riempire questo vuoto. Niente. Il vuoto resta. Credevo di essere padrone della mia vita e invece è bastata una piccola distrazione e sono andato a sbattere contro il muro. Credevo di essere il centro del mondo e invece mi sono accorto di essere appena una piccola provincia colonizzata da chi vuole piantare bandiere di conquista nella mia mente e nel mio cuore. Tutto ciò che possiedo, tutto ciò che faccio, tutto ciò che vedo non copre, non può coprire, il mio vuoto sempre più profondo. Nonostante questo c’è sempre dentro di me la capacità di sogno, di desiderio, di speranza, perché comunque resto affamato e assetato d’infinito. Ed è questo infinito che può riempire il mio vuoto. Ecco la meraviglia del credente, l’evento che mette nei nostri panni l’infinito. Dio si fa carne, carne come ognuno di noi, ci prende per mano e, standoci così vicino, riempie quel vuoto con la sua presenza. Scopriamo allora di essere diventati coinquilini di Dio. E la scoperta diventa preghiera: “Signore, suscita in me il desiderio di non essere mai appagato delle risposte che posso trovare, mai appagato del mio impegno, del mio dare, del mio cercare, del mio parlare. Fa’ o Signore, che io sia un suscitatore di speranza, che tutti i miei fratelli di strada siano agitatori di speranza. Ma di speranza fondata, non di illusioni calde destinate a sciogliersi nella rassegnazione o nella sindrome della sconfitta. Fa’ o Signore, che io avverta sempre il senso del limite, anche delle cose migliori, più riuscite, più belle. Dammi il coraggio di sentirmi peccatore tra i peccatori; assetato di giustizia e di libertà tra gli assetati di giustizia e di libertà; affamato di pace tra gli affamati di pace; mite con tutti, anche quando sono stato umiliato; puro di cuore anche quando sto in mezzo ai cinici (e il cinismo sembra oggi una moneta che apre tutti gli ingressi). Signore, concedimi il coraggio per conservare la schiena diritta, la forza di dire no, senza paura, quando occorre, e sì, senza timore, quando è necessario. Dammi, Signore, la curiosità per continuare a cercare. Cercare il tuo Volto. Cercare il mistero dell’eterno e dell’infinito. E dammi soprattutto la curiosità spirituale per cercare di capire, dentro ogni volto, dentro ogni sguardo, la grandezza della persona umana, la profondità dei suoi segreti inferiori, la sua dignità, i suoi bisogni non rivelati. Dammi o Signore, la capacità di capire le domande di chi non fa domande, la capacità di servire chi non chiede di essere servito, la capacità di amare chi non chiede di essere amato. Signore, insegnami ad amare le differenze, i suoni e i colori che non mi appartengono, l’adorazione della verità dell’unico Padre”. E sia questa, amici, la preghiera di questo Natale e di tutte le stagioni della nostra vita.

 

+ Pietro Santoro, Vescovo dei Marsi